Lo scrittore pentito - modesto omaggio a Gaio Fratini, Filippo Bologna

 

 

Lo scrittore pentito

(modesto omaggio a Gaio Fratini)


Abbandonò in tutta fretta il palco
per rilasciare intervista a importante rotocalco

 

Ma una volta a casa si pentì dell'irruenza:
chissà se era previsto un gettone di presenza?
 
Filippo Bologna
 

 

Caro Calligarich - una motivazione, Stefano Agosti

Caro Calligarich,

mi permetto di farle avere - perchè la legga en cachette - la mia motivazione del premio a lei attribuito, che ho redatto dentro i limiti di tempo e di “genere” consacrati, ma in cui ho voluto indicare almeno alcuni aspetti essenziali del suo lavoro.

La tenga dunque per ricordo, e sia anche un po' sostitutiva della mia presenza.

Con la più viva cordialità,

 

 

Con il libro di Gianfranco Calligarich, Privati Abissi, abbiamo premiato un “romanzo” (metto la parola fra virgolette) ove i personaggi, privi di nome proprio, non si esprimono mai attraverso discorsi diretti ove ambienti, città ed eventi non sono mai designati coi loro nomi bensì tramite perifrasi, ove le frasi sono sottoposte al regime costante dell'anastrofe, col soggetto grammaticale collocato alla fine mentre il complemento oggetto figura prima del verbo, e così via.

Che cosa comporta tutto questo? Questo comporta che la realtà non risulta più nella posizione di cosa rappresentare ma in quella di elemento da incorporare. Parafrasando un bellissimo giudizio di Thibaudet su Flaubert, si potrebbe dire che , con Calligarich,, la natura del mondo viene trasposta in una struttura di frasi.

Di questa funzione antimimetica che informa il testo, danno ulteriore testimonianza le procedure iterative, sia sul piano lessicale sia sul piano tematico, come se la scrittura non avesse altro supporto che se stessa.

Di tale costruzione così potentemente autoriflessa, vorrei sottolineare da ultimo, una componente d'ordine non più formale ma dell'interiorità, anch'essa eccezionale. E cioè la convivenza, insieme all'ironia e talvolta al sarcasmo che intridono di conserva questa prosa, la convivenza, quasi pedale di fondo, degli accenti della pietà, tanto più autentici quanto più contenuti, e magari occultati – alla maniera di Stendhal - dentro le pieghe della materia espressiva.

Tanta dovizia di riferimenti culturali dica semplicemente quanto questa splendida costruzione narrativa, o pseudo-narrativa, abbia toccato e fatto vibrare le corde più personali di chi ha avuto la ventura di farne la conoscenza e di riferirne qui, in questa occasione, per il conferimento ex aequo del premio Bagutta.

 

Stefano Agosti

Quattro poesie per un addio, Teresa Casella

 

 

TUTTO E SOLO QUESTO

Se l'avessi nei polmoni come l'aria che respiro

io sputerei per terra, come fanno gli uomini,

vorrei vederlo a terra e rinnegato,

magari mischiato alla saliva di uno sconosciuto.

 

Potessi essere io l'uomo, la prenderei nel sangue.

Gliela farei pagare.

Questa mano, tu la vedi, guardala ora,

mentre gravosa preme su quella maschera di faccia.

Immagina che sgonfi le sue guance tonde,

bagnata e scivolosa su lacrime truccate,

che opponga il palmo molle a quei denti come zanne,

e schiacci rabbiosa la sua grande bocca rossa.

 

Non mollerei la presa.

La terrei ferma, sotto.

Lei, il mio lui, misero fagotto,

piccola cosa inerme, tremante e vinta.

Se lui fosse così, tutto e solo questo,

se fosse come me, piccola cosa inerme, allora capirebbe.

E il male che mi fece mordendomi il cuore,

credi, solo allora, servirebbe a qualcosa.

 

ATTESA

Aspetto che arrivi, e già scompigli

pensieri che a fatica cerco di ordinare.

Sei una certezza tale che confonde la ragione

e allora perché tentare di capire.

Sei latte nel cuore e vino sul cuscino,

sposalizio stonato senza fede né anelli,

né scoppi di risa o riso tra i capelli.

C'è il gusto di vedere che la macchia si allarga,

è oceano per noi decisi ad affogare,

perché ci piace nuotare nel punto più profondo.

E' un bene il nostro che non si può definire

e allora perché tentare di capire.

 

FINITO

Sotto una lastra ghiacciata

dentro una bolla d'aria respirando piano,

per non consumare la poca vita che rimane.

Un latrare straziato mi spacca la bocca,

povero lupo dei ghiacci,

con le zanne scalfite e il mantello insanguinato.

Tu e il tuo potere di salvarmi.

Tu e il tuo guardarmi morire.

Tu e il mio sangue schizzato,

tu e il mio bavoso ansimare,

tu, la mia preghiera disperata.

Tu ed io, amico, siamo spacciati.

Il nostro oceano respira lontano

e in questo fiume ogni annaspare è vano.

 

FUGGIASCHI

Non li voglio più, feticci insensati,

sacrifici immolati a propositi abortiti,

impulsi controllati, incontri rubati.

Ladri che siamo, col bottino nella giacca,

pronti a gettarlo in un fiume di rifiuti

per riprendercelo poi, frugando come topi.

Falsi che siamo, e pavidi, idioti.

Questo bottino puzza come lenzuola usate,

eppure ci ficchiamo ancora i corpi dentro

così che i nostri umori rimangano nel tempo.

Fa freddo in questo anfratto.

La pelle si accartoccia, non ci spogliamo più.

Ho voglia di una doccia, di respirar pulito.

Ho voglia di strapparti il bottino dalle braccia,

molliamolo qui, ora, così salvi la faccia!

E torna alla tua chiesa, dalla tua luce sposa,

lei non ti chiederà della tua giacca lisa

(adoro quella stoffa così rovinata,

te la porti addosso da quando sei fuggito).

Storcerà il naso vedendola strappata,

e la crederà usurata, buona per farne stracci.

Tu volterai le spalle, così come adesso fai,

schiacciato dal peso grave di frasi dette mai

sempre e solo rimaste appese,

senza più fuggire, senza capire,

quale assurda prigione

sia il non dire.

 

Maria Teresa Casella