La piccola fiammiferaia – come realmente sono andate le cose, G.C.

CARI AMICI SIETE TROPPI PER RINGRAZIARVI UNO PER UNO PER I COMPLIMENTI CHE VI HO CHIESTO PER IL POSTO DELLA MALINCONIA DEI CRUSICH NELLA CLASSIFICA DEI LIBRI DELL’ANNO DI REPUBBLICA MA RITENETEVI TALI. E’ COME AVERE UNA FAMIGLIA ANCORA PIU  VASTA E AFFETTUOSA DEI CRUSICH. QUESTO DA UN CANTO. DALL’ALTRO MI FATE SENTIRE UN PO’ COME LA PICCOLA FIAMMIFERAIA DI UN DELIZIOSO RACCONTO NATALIZIO DI AMBROS BIERCE LA CUI MORALE E’ STATE ATTENTI QUANDO CHIEDETE QUALCOSA. GRAZIE  E AUGURI DI BUON ANNO A TUTTI. 

La piccola fiammiferaia – come realmente sono andate le cose. Da Ambros Bierce

          La notte di quel Santo Natale sarebbe stata la più nevosa che la città avrebbe ricordato sia per la neve che cadeva copiosa  nelle strade che per il miracolo che il cielo  avrebbe accordato alla piccola fiammiferaia . Seduta in un angolo di strada affamata e intirizzita guardava tutti i passanti che tornavano in fretta alle loro case carichi di doni e magnifiche provviste per la cena di Natale senza  osare accendere uno solo dei suoi fiammiferi per riscaldarsi le punta delle dita congelate perché a casa suo padre controllava  il numero dei fiammiferi confrontandolo con il suo incasso e ,non corrispondendo, l’avrebbe presa a bastonate.

           Era stato a quel punto che, sollevati gli occhi al cielo, si era messa a pregare il Padreterno perché le mandasse qualcosa da mangiare. Una preghiera così commovente che il Padreterno, dato che era Natale, aveva deciso di accontentarla e, chiuso il rubinetto della neve, aveva aperto quello delle provviste del Paradiso per poi, preso da faccende più importanti, dimenticarselo aperto.    

           Di colpo smessa la neve dal cielo era sceso un quarto di bue, poi diversi polli arrosto, poi molti grandi sacchi di patate, poi molte casse di frutta, poi un altro quarto di bue, poi dei grandi cesti di aragoste, poi degli interi maiali arrosto con la mela in bocca, e il tutto in una misura tale che la gente gridando al miracolo era uscita dalle case e aveva dato l’assalto all’enorme  montagna di provviste che si era creata nella strada e portandosele nelle cucine. Ultimo a arrivare  un certo Tom che, ormai scomparse tutte le provviste, aveva trovato solo la piccola fiammiferaia schiacciata sull’asfalto da tutto quel bendidio.  Allora, non essendoci altro, l’aveva staccata dal selciato per poi mettersela  arrotolata sotto il braccio e tornare a casa dove  l’aveva srotolata sul tavolo della cucina. 

           Era stato a quel punto che sua moglie si era infuriata. “Sei il solito imbecille” lo aveva aggredito “ ma come, tutti sono tornati a casa con qualcosa da mangiare e tu torni con una carta geografica?”

 

 

 

           

Sui Crusich e sullo scrivere, G.C.

 SUI CRUSICH E SULLO SCRIVERE STORIE

Ieri 8 marzo ‘17 su invito di Paolo Marati ho parlato della Malinconia dei  Crusich con un gruppo di liceali del Tasso a causa dello sciopero non foltissimo come quello del liceo di Crotone ma, come quello, attentissimo, partecipe e emozionato - qualcuno, dichiarando di avere pianto in certi momenti come la morte di Clementina -  sia per la storia che per il modo come è stata scritta. E’ stato automatico allora pensare a altri lettori, in verità non molti, tra cui alcune signore che, pur abituate a leggere, hanno  trovato la scrittura non facile da seguire per la lunghezza di certi periodi alternata a periodi brevi, a volte con il soggetto in fondo alla frase, a volte senza il verbo e a volte con ripetizioni di  concetti.   

Sono anch’io del parere, come ha già sostenuto qualcuno, che quando si dice che non ci si può staccare da un romanzo più che per la a trama è  per il tono della voce con cui il narratore racconta la sua storia. Voce che un tempo si chiamava stile e che ogni scrittore onesto cercava fosse il più  corrispondente a se stesso e,  la prima cosa che mi è venuta in mente, è stata una frase di Billie  Holiday “se devo cantare come qualcun altro è inutile che canti”. Credo che ogni scrittore debba usare il più onestamente possibile la voce che ha ed è  significativo che a venirmi in mente sia stata una frase relativa alla musica, dove la ripetizione di una frase o la sua lunghezza nessuno mette mai in discussione, perché infatti è puramente musicale, l’istinto che nel mio caso mi spinge a scrivere una storia. Forse dipenderà dal fatto che da ragazzo avrei voluto fare musica e forse l’avrei fatta se i miei avessero potuto comprarmi un piano  e trovare in casa uno spazio dove metterlo, non lo so.  Quello che so è che il mio istinto a scrivere storie è una specie di necessità di suonare una musica o cantare una canzone con parole che non producono note ma immagini e che cerco di fare nascere – cercandola, e  stonandola e da lì il mio esasperante riscrivere le frasi - finchè la musica o la canzone non corrisponde a quella che sento.

Insomma credo di essere dotato di quello che un musicista una volta, battendo sul pianoforte delle note che io istintivamente ripetevo su un altro pianoforte pur non distinguendo i tasti,  ebbe a definire “orecchio assoluto”. Ancora non so con precisione di cosa si tratti ma quello che di certo posso dire è che si tratta di qualcosa  che  mi riguarda non solo per lo scrivere. Infatti per quello che mi riguarda la realtà è  che, per qualsiasi cosa io abbia fatto e faccia nella vita, dallo scrivere, al fare teatro, al mettermi in rapporto col mio prossimo, di regola non mi serva mai tanto della mia intelligenza, che giudico tutto sommato inadeguata al mondo e al tempo in cui vivo e che quindi mi lascia insoddisfatto, quanto dell’orecchio. Per cui credo si possa dire che, per comprendere un po’ a fondo quello che racconto, più degli occhi, o comunque oltre agli occhi, servano le orecchie a fare comprendere, per esempio, come certe mie ripetizioni non siano ripetizioni ma echi o risonanze di quello che sto cantando o suonando. “Ci vuole orecchio”, diceva una vecchia canzone di Jannacci relativa al vivere. E in effetti credo che la mia sia una scrittura, più che da leggere, forse o comunque anche, da ascoltare. Una scrittura che, istintivamente, cerca insomma la complicità del lettore fino a farne, in sostanza, un coautore. Cosa che, se il lettore accetta di fare,  può portarlo a certe forti emozioni che quello che legge, o sente,  a volte può provocargli. 

Si tratta di una disponibilità che non tutti i lettori sono disposti a concedere, dal momento che ormai gran parte di quello che si pubblica cerca non la complicità del lettore, che può costargli  forse una certa fatica in quanto coautore, ma si limiti soprattutto a cercare di distrarlo o farlo rilassare. Disponibilità invece più spesso rintracciabile nelle menti dei giovani, più esplorative, non ancora narcotizzate dal mercato e ancora aperte alle emozioni. Come spiegare altrimenti che molti dei commossi lettori dell’Ultima Estate in Città siano dei ventenni e quindi nati una trentina d’anni dopo il libro? Credo in un solo modo. Che i giovani hanno più energie e curiosità della vita e quindi siano più disponibili a farsi tirare dentro un libro che li vuole coautori di una musica che, qualunque sia il tempo in cui è nata, per loro è nuova, sconosciuta e senza età. In sostanza si tratta di avere ancora le  orecchie aperte per usufruire del  potere costruttivo e rigenerante delle emozioni che, come si sa e forse a differenza delle signore in questione, sono refrattarie allo scorrere del tempo. Per cui nonostante tutto credo di poter dire che, alla fine, quello che racconto e come lo racconto abbia, perfino, una sua utilità.

Martinalgia, G.C.

MARTINALGIA  di G.C.

L'uomo fortunato coi capelli grigi e il resto della sua vita nella tasca destra della giacca, spinta la porta girevole dell'albergo reso vuoto dal pomeriggio che invece fuori intasava di traffico le strade e accolto da un ovattato silenzio che in contrasto col rumore dell'esterno restituiva in qualche modo all'albergo una sua scomparsa signorilità – ormai era diventato soltanto meta di comitive di turisti a quell'ora in giro per la città cosa che insieme all'andata il pensione di Aldo il Barman lo aveva spinto da anni a smettere di frequentarlo – era avanzato sul lucido pavimento di marmo dell'atrio vuoto fino a raggiungere il banco deserto del bar.

Poi, seduto su uno degli sgabelli vuoti intorno al banco con la vecchia impressione di sempre, che un banco bar fosse qualcosa di simile al ponte di comando di una nave – impressione forse dovuta alle giacche bianche dei barman o forse alla contenuta autorevolezza dei loro gesti o forse al beccheggiare che poteva provocare quello che su quei banchi veniva servito – e aspettando che il barman comparisse dalla piccola porta che dava sul retro ricavata nello scaffale delle bottiglie e domandandosi se fosse ancora il vecchio aiuto succeduto a Aldo il Barman, aveva cominciato a guardarsi intorno nell'albergo vuoto cercando di capire perché passandoci davanti avesse improvvisamente deciso di entrarci. “Mah, nostalgia di Aldo il Barman, forse”, si rispose evasivo chiamandolo come sempre lo chiamava pensando a lui vale a dire come se la qualifica di barman fosse nel suo caso una sorta di cognome o di particolare onorificenza.

Pensiero che però a dimostrazione che non avrebbe potuto cavarsela con l'evasività per spiegare la sua presenza su quegli sgabelli, aveva prodotto il gesto automatico che ormai da tre mesi a quella parte aveva sostituito quello di accendersi una sigaretta quando cominciava a pensare a qualcosa. Le punte delle dita della mano destra a percorrere sotto la sua costosa camicia – col tempo aveva coltivato il tutto sommato perdonabile vezzo di fare delle camicie costose il segno esteriore del suo successo professionale dopo una ostinata giovinezza molto avventata e molto senza soldi – il cordone della cicatrice che dallo sterno gli arrivava dieci centimetri sotto l'ombelico e che lui da tre mesi a quella parte aveva preso a chiamare con accettabile sportività Quindici per Cento.

Quella infatti la percentuale di successo per quel tipo di intervento secondo il vecchio luminare – camice bianco e aria da intransigente asceta vegetariano – che lo aveva aperto. “Lei è un uomo fortunato”, le sue parole prive di qualsiasi clemenza – mai aspettarsene dagli asceti – quasi si trattasse di una colpa su cui solo il suo rigore professionale gli aveva permesso di transigere aprendolo e richiudendolo dopo avergli tolto quello che c'era stato da togliere. Parole ripetute con la stessa sostanziale riprovazione anche quello stesso pomeriggio consegnandogli il referto dell'ultimo esame a cui lo aveva sottoposto e dal risultato dal suo punto di vista evidentemente del tutto immeritato che lui si era messo nella tasca destra della giacca senza leggerlo sapendo già cosa significava. Il resto di una vita con le debite cautele e, a scanso di incidenti imprevedibili come nel caso di chiunque altro, accettabilmente e, chissà, forse anche soddisfacentemente lunga.

Previsione che, fin dal momento in cui si era messo il referto in tasca senza leggerlo in un inutile tentativo di sfidare lo sguardo privo di qualsiasi possibilità di appello del luminare a patto, forse, di cadere in ginocchio davanti a lui folgorato da una totale conversione a insalate con aceto balsamico e zucchine bollite, lo aveva portato a pensare a qualcuno che non aveva avuto la sua stessa fortuna e che in quel momento avrebbe voluto avere al suo fianco per essere almeno in due a vedersela con il severo asceta. Vale a dire quello che da quattro anni a quella parte ripensandoci e sempre socchiudendo gli occhi come per vederlo meglio e sempre senza poter fare a meno di sorridere ormai chiamava solo Vittorio Senza Ghiaccio.

Per cui, approdato a quel bancone deserto – deserti o no i banconi di bar sono i posti migliori per ricordare – individuata tra le bottiglie dello scaffale quella di Lagavulin si era ritrovato di nuovo a pensare a Vittorio Senza Ghiaccio che, come gli avevano raccontato, a occhi chiusi nel letto di una clinica alla domanda dell'infermiera che lo assisteva nelle sue estreme necessità se desiderasse qualcosa aveva risposto con uno stupefacente e sogghignante “Sì, senza ghiaccio”. E non ci sarebbe stato da socchiudere gli occhi e sorridere?

Sì, dovendo fare una classifica – senza sapere bene perché da quando si era ritrovato a portare in giro Quindici per Cento sotto la camicia aveva cominciato a coltivare una quasi automatica tendenza a fare classifiche su tutto – probabilmente Vittorio Senza Ghiaccio era in cima alla classifica dei suoi amici. Aveva avuto la fortuna di averne avuti molti, come mogli e fidanzate del resto e sempre senza riuscire a stabilire se avesse amato di più gli uni o le altre, per cui non facile la scelta della prima posizione. Ma, a mettere Vittorio Senza Ghiaccio probabilmente in prima posizione, c’era il ricordo di un loro pranzo in una trattoria di campagna prima che entrasse in quella clinica quando, regista scontento del suo successo commerciale e sempre con il Lagavulin in una fiaschetta d'argento in tasca, camminandogli al fianco su una strada costeggiata da prati su cui l'estate spediva i suoi ultimi bagliori, gli aveva chiesto cosa avrebbe voluto fare lui nella vita invece che l'architetto. “Io il cantante di piano bar”, aveva proseguito lui tranquillo senza aspettare la sua risposta forse presentendo che per quello che lo riguardava non era più il caso di perdere tempo a aspettare risposte. “Vuoi mettere una vita a cantare Night and Day o Theese foolish things?” aveva concluso continuando a camminare e mettendosi a sorridere e a cantare a bassa voce e con molto sentimento prima quelle due vecchie canzoni e poi tutte le altre che gli tornavano alla mente mentre lui gli camminava al fianco in silenzio guardando i prati baluginare sotto l'estate che se ne andava.

Sì, probabilmente Vittorio Senza Ghiaccio, in cima alla classifica, si disse ricordando quella passeggiata tra prati ancora illuminati e sentendo di colpo l'improvvisa necessità di una sigaretta come se per accompagnare i suoi pensieri nella direzione che sentiva stavano prendendo non fosse sufficiente passarsi le dita sopra la camicia. “Uno che la sapeva lunga su cosa potessero significare nella vita le canzoni”, si disse ancora continuando a pensare a lui.

Per poi, per cercare di smettere di pensare a loro due su quella strada tra i prati di quel fine estate e respingere la voglia di fumare, mettersi a pensare a una classifica delle canzoni che preferiva.

“Tutte le più vecchie possibili” stabilì subito “perché niente come le canzoni a fare compagnia alla gente alle prese con la propria vita e più cuori distrutti hanno raggiunto e più meritano di stare di fianco a Dio” concluse senza tema di accostarle al Padreterno.

“Addirittura”, disse una fastidiosa voce da qualche parte vicino a lui e con cui da tre mesi a quella parte si trovava a doversela vedere.

“Sì” disse lui con uno scatto di autorità che sapeva arrivargli in qualche modo da Quindici per Cento sotto la camicia e che lo portava a non transigere con nessuno compreso il Padreterno. “Proprio”.

“Va bene, va bene”, disse l'altra voce conciliante, “fa la classifica, allora”.

“Ma l'amore no, la migliore canzone italiana di sempre”, disse lui conciliato, “poi tutte quelle di Gershwin e Porter, poi Je ne regrette rien della Piaf, poi My way di Sinatra, in che ordine non lo so. E poi Maledetta primavera di Loretta Goggi” disse di colpo aggressivo “Qualcosa in contrario?”.

La voce taceva e lui proseguì. “E poi le musiche di Mario Nascimbene anche se non sono canzoni ma musiche da film”, disse per cambiare discorso e sorvolare su Maledetta Primavera che, anche a costo di farsi scannare non lo avrebbe mai confessato a nessuno, da anni ogni volta che gli capitava di sentirla riusciva a fargli stringere la gola.

Quanto all'aggrapparsi alle musiche di Mario Nascimbene per sorvolare su Maledetta Primavera poteva farlo avendole ascoltate alla radio nel cuore della notte precedente. Una delle conseguenze di Quindici per Cento o forse solo della vecchiaia incipiente – non avrebbe saputo dirlo essendo la prima volta che invecchiava – era come se il fisico stesse progressivamente diventando indipendente dalla mente e facesse quello che voleva lui compresi certi risvegli notturni che avevano finito per fagli scoprire la compagnia che può fare di notte una radio vicina a un letto. E, la notte precedente in una trasmissione chiamata Al Cinema con gli Occhi Chiusi, titolo che aveva trovato molto appropriato, aveva potuto ascoltare a lungo le musiche di Mario Nascimbene trovandole bellissime sopratutto quella della Contessa Scalza che era un film con Bogart e Ava Gardner che aveva visto da ragazzo. Che fosse la ragione di aver visto quel film da ragazzo che gli erano piaciute tanto?

La domanda, ironica, era stata della voce da qualche parte vicino a lui.

“No” rispose di nuovo aggressivo “erano bellissime e riempivano la notte di immagini come nessun'altra musica avrebbe potuto fare. Fantastiche”.

“E una classifica dei film?” disse la voce tornando conciliante.

“Primo Il Mucchio Selvaggio”, rispose subito sogghignando virilmente. “La miglior storia sull'amicizia mai girata”, aggiunse poi pensando che sì, forse erano gli amici a prevalere su mogli e fidanzate.

“E anche sulla vecchiaia”, disse la voce sfottendo ma con amabilità.

“Mi era piaciuto anche la prima volta quando lo avevo visto da giovane” disse lui sempre con aggressività senza badare al fatto che la voce da quando erano in quel bar poteva avere una amabilità che prima non aveva mai avuto e ripensando, ma solo per un momento perché era qualcosa che lo metteva a disagio, a se stesso giovane. Poi era tornato a pensare all'immagine che preferiva di quel film. William Holden, Ernest Borgnine e Warren Oates che, dopo una notte con povere prostitute messicane e senza una parola tra loro, si armavano fino ai denti per scendere a piedi la strada piena di polvere verso il forte del generale messicano per salvare il ragazzo e a dare poi vita al più fantastico massacro girato dal cinema. “Sì, fantastico”, disse sentendosi improvvisamente un po' come loro che scendevano la strada polverosa verso il forte messicano.

“C'era anche il vecchio Robert Ryan” disse la voce “l'amico che li braccava senza volerli prendere”.

“Sì” disse lui pensando a Robert Ryan seduto nella polvere fuori dal forte a guardare sorridendo i cadaveri dei suoi amici coi quali avrebbe voluto ancora essere mentre venivano caricati su un carro dai cacciatori di taglie che lui comandava. “E tutte quelle immagini di loro che ridevano nel finale del film? Ah Cristo...” disse piano ripensando a Vittorio Senza Ghiaccio e altri amici che se ne erano andati e quindi sentendosi non più come Holden e gli altri che andavano verso il massacro ma caso mai come Robert Ryan che stava seduto nella polvere a vederne i cadaveri.

“Fanculo” disse sentendo l'improvvisa necessità di fare comunque anche lui qualcosa di duro. “Ma dove cazzo sarà andato” disse poi tra i denti guardandosi intorno alla ricerca del barman che continuava a non farsi vedere e tornando a chiedersi se potesse essere  il vecchio aiuto di Aldo il Barman. Poi vide qualcosa che non aveva visto prima. Un campanello di bronzo sul ripiano del bancone nell'angolo opposto a quello dove era seduto lui. Allora, anche se non con la risolutezza di Holden e gli altri che scendevano nella polvere verso il forte messicano ma lo stesso accettabile e comunque non potendo fare altro, lasciato lo sgabello era andato a colpire con la mano aperta il pulsante sopra il campanello. Facendolo risuonare secco, duro e bronzeo. Come un colpo di pistola.

“Un'acqua tonica”, la sua dura e concisa richiesta una volta comparso il barman. Non era il vecchio aiuto di Aldo il Barman ma un ragazzotto grassoccio e foruncoloso con una macchia forse di caffè sulla giacca. Buono al massimo per servire turisti assetati al ritorno dai loro giri nella città. Probabilmente un distributore a getto continuo di aranciate o, nei casi più ardui, spritz neanche col Campari, i soli spritz accettabili, ma con l'Aperol, il ragazzotto. Tipo che alla richiesta di un Martini avrebbe probabilmente dovuto sfogliare il manuale illustrato dei cocktail in bella vista tra le bottiglie dello scaffale come uno spaesato e foruncoloso archeologo alle prese con un libro scritto in una lingua morta. Ma, riguardo l'acqua tonica – richiesta fatta in base all'elenco di cautele che sapeva contenute nel referto nella tasca della giacca – il ragazzotto se l'era cavata egregiamente e l'aveva versata in un grosso bicchiere da gin tonic stipato di ghiaccio e corredato, anche se troppo spessa, di una mezza fetta d’arancio.

Il tutto, ovviamente, a riportarlo a Aldo il Barman. E, di colpo, di nuovo la necessità di una sigaretta insieme a un vago rimpianto – relativo solo agli attacchi di astinenza più acuti – per la rinuncia a quella elettronica che dopo due giorni aveva buttato nel Tevere sentendola come una sorta di fredda protesi tascabile e, forse oltretutto perché nera, vagamente jettatoria. Il fatto è che pensare a Aldo il Barman li faceva molto avvicinare, i maledetti passi ovattati che da tre mesi a quella parte gli giravano intorno assediandolo. Pronti a aggredirlo nelle più svariate occasioni e da cui aveva sentito l'istintiva necessità di difendersi con una specie di immaginario fossato circolare intorno a se stesso o che comunque lui aveva stabilito di sentire tale. Per un momento provò a tentare di respingerli oltre il fossato, i maledetti passi ovattati, con una manovra diversiva. Vale a dire mettendosi a pensare in quale posizione della classifica degli amici avrebbe potuto collocare Aldo il Barman. Ma era stato un tentativo patetico. “Nessun posto” si era ritrovato quasi automaticamente a rispondere “ma di sicuro in posizione alta in quella dei nemici”, aveva proseguito riprendendo a sorridere e accettando di lasciare che i passi ovattati attraversassero il fossato e facessero quello che volevano.

E così, riportato dai passi ovattati, il ricordo color crema della giacca di Aldo il Barman ma, anche, a trascinarsene dietro un altro. Questa volta bianco e folgorante. Quello di un passo deciso di donna a fare ondeggiare una gonna bianca plissettata rendendola arrogante come un guanto di sfida lanciato ondeggiante verso tutti gli uomini che avessero la ventura di guardarla. Sfida che bastava risalire dalla gonna a un volto irridente reso selvaggio dalla bianca falce dei denti e dai capelli orgogliosamente crespi, per sapere che sarebbe stata persa in partenza. Insomma lei, Maura Denti di Volpe, dietro il ricordo color crema della giacca di Aldo il Barman.

“Un storia a tre” si disse l'uomo sorridendo per cercare di tenere a bada l'immagine di lei e ripensando alla loro storia che il caso aveva voluto fosse vegliata per tutta la sua durata da Aldo il Barman. Storia iniziata letteralmente strappandola, Maura Denti di Volpe – e prima o poi avrebbe  capito che significato poteva avere quel suo modo di chiamare da tre mesi a quella parte la gente che gli capitava di ricordare vale a dire non soltanto con il loro nome – al ricco cliente per il quale, nella tardiva decisione di tentare un addio alla sua ostinata giovinezza senza soldi per cominciare il suo viaggio verso le camicie costose, avrebbe dovuto ristrutturare una villa al mare. Villa che il ricco cliente aveva avuto la sventura di fargli visitare con lei, oggetto di un suo implacabile e inutile corteggiamento, appoggiata alla balaustra di un terrazzo a fumare sigarette senza degnare di uno sguardo il mare alle sue spalle e riservandolo invece ai due uomini che si aggiravano per la villa parlando di soldi e di progetti. Lei fissandolo e sfrontatamente aspettando che lui facesse quello che alla fine aveva fatto. Infilare il suo biglietto da visita nella borsetta lasciata, per tutto il tempo dei suoi discorsi col cliente, aperta sul tavolo del terrazzo come in una dichiarata sfida.

Dal punto di vista architettonico, per così dire, due risultati diversi ma ugualmente determinanti, quelli prodotti dal biglietto lasciato cadere nella solita confusione tenuamente colorata di tutte borsette delle donne dove spiccava il rosso di due pacchetti di Marlboro ancora intatti oltre al terzo pacchetto aperto sulla balaustra che dava verso il mare. Il primo risultato consistente nel naufragio del restauro della villa, il tipo ricco non aveva accettato le conseguenze del biglietto lasciato cadere nella borsetta affidando il restauro a un altro architetto e provocando così il forzato proseguimento della sua ostinata giovinezza senza soldi e, il secondo, l'incontro con Aldo il Barman. Incontro a costituire una  sorta di ben preordinata simmetria con tutta la storia con lei, vista l’entrata in scena di Aldo il Barman proprio il giorno del loro primo appuntamento. In uno dei bar di piazza Navona. Con le fontane che scrosciavano nella piazza fuori dal bar come chiassose sorgenti sotto il cielo grigio – era una giornata in cui una restia primavera sembrava voler riprendersi le sue iniziali lusinghe come una sfuggente e bizzosa sgualdrina di buona famiglia – del tumultuoso torrente che li aspettava. Con Aldo il Barman – ma il suo nome era ancora sconosciuto e lui solo un bruno, elegante e ironicamente condiscendente sacerdote alcolico di mezza età in giacca color crema dietro il banco – che dalla sua postazione e con l'intuizione di tutti i buoni barman potenziata da una secolare sagacia partenopea, comprendendo al volo il loro essere sulla riva di un torrente da affrontare e con tutte le incertezze del caso, li aveva corroborati con quanto di assolutamente necessario. Un limpido e gelido Martini per tutti e due uno dei quali guarnito da un vezzoso e sacrilego ombrellino di carta lilla sul bordo del bicchiere di lei e da lei accolto con un lieve strizzamento d'occhio più eloquente di qualsiasi discorso.

Eh sì, così le cose tra lei e l'ironicamente condiscendente Aldo il Barman. A partire fin da quella prima volta quando – il Martini replicato due volte fino a corroborarli a sufficienza – erano usciti dal bar sospinti da quel suo alcolico, doppio e benedicente viatico per abbandonarsi nel torrente che li aspettava. Vale a dire prima l'attraversamento della piazza nel rumoroso scrosciare delle fontane e poi l’approdo,  nei vicoli intorni,  al lussuoso e riservatissimo piccolo albergo dove alloggiavano i politici del vicino Senato e dove lui, spendendo tutti i soldi che aveva in tasca, aveva affittato una stanza come in un qualunque albergo a ore.

Quello l'effetto di quel primo Martini, e per la precisione dei primi due, per entrambi. Per poi ritrovarsi due ore dopo a togliersi in fretta e furia i bianchi accappatoi con tanto di nome e simbolo dell'albergo ricamato sulla spugna per permettere a lei di rivestirsi e precipitarsi a casa a accudire due figli di sette e nove anni nati da un matrimonio terminato col sostanzioso appannaggio del ricco marito dal quale aveva battagliosamente divorziato.

Quello l'effetto del loro primo Martini e per la precisione dei primi due. A aprirne una serie di innumerevoli altri per tutti i tre anni della loro storia e sempre per usufruire dell'effetto partenopeo – così ambedue avevano preso a chiamarlo – che solo quelli di Aldo il Barman sapevano provocare. Ovunque la sua attività estiva di elegante e ironico sacerdote alcolico potesse condurlo tra cui, loro meta preferita, il piccolo bar di una appartata cala dell'Argentario dove lui d'estate andava a preparare le sue misture sempre rese efficienti e inattaccabili da tutto, anche dal mare che sciacquava nel sole giù in fondo alla cala.

“Sì, migliori di tutti gli altri, i barman napoletani”, sentenziò deciso tra gli sgabelli vuoti ripensando a Aldo il Barman. “Ma amico un accidente” aggiunse sorridendo ripensando all'inevitabile e sacrilego ombrellino lilla con cui lui corredava i Martini per lei. “E lei Maura Denti di Volpe con l'altrettanto inevitabile strizzata d'occhi? Una sgualdrina romana e anche delle più sgualdrine, altro che storie”, disse ricordando che aveva usato lo stesso termine anche ripensando alla reticente primavera del loro primo incontro. “E allora?”, si disse aggressivo. “Mi piacciono le parole che non usa più nessuno, e allora? Anche i Martini non li beve quasi più nessuno. Tutti con quei cazzi di spritz, ormai. E allora?”

E allora di colpo, seduto a quel bancone con le mani intorno al bicchiere di acqua tonica lui, uomo fortunato, si era reso conto che era stato felice molte volte nella vita e che nel caso di Maura Denti di Volpe lo era stato forse più di altre. Di nuovo era tornato a sorridere, pensando a loro due dentro il torrente nato dalle scrosciati fontane della piazza. “A scopare come forsennati ovunque capitasse, altro che storie”,  disse ripensandoci, “macchina, ascensore, per strada e fuori da ristoranti e bar. Le sue gonne plissettate preferibilmente bianche facili da tirare su nell'ombra del primo angolo di strada abbastanza scuro”. “Potrebbero vederci”, la sua frase la prima volta che era successo  per strada da quel bigotto perbenista che ogni tanto gli capitava di essere e guardandosi intorno dopo essersi precipitati fuori da un ristorante dove avevano cenato. Tutti e due al precario riparo di un cancello tra palazzi con le finestre ancora accese e i passanti che camminavano rassegnati verso le loro case sui silenziosi marciapiedi della notte.

“E hai detto niente”, la sua sfottente e felice risposta non mollando la presa e spingendolo ancora di più contro il cancello.

“Eh sì, cazzo. Felice con Maura”, disse per una volta tanto senza aggiungere Denti di Volpe.  Troppo concentrato sul bicchiere vuoto che aveva tra le mani e sul ricordo di lei, per aggiungere qualcosa al suo nome. E, soprattutto, di colpo totalmente impegnato a cercare di ricordare qualcosa che gli stava sfuggendo e che, ripensando a lei, gli stava bussando con insistenza alla mente come se i passi ovattati, solcato il fossato, ci stessero sguazzando dentro sollevando schizzi e dando vita a  un vero e proprio maledetto assalto per fargli ricordare, lì appoggiato al banco con il bicchiere d'acqua tonica tra le mani – tutto lì il suo fossato – quello che stava cercando di ricordare. Qualcosa che bussava furiosamente contro la mente come per uscire da un maledetto ripostiglio chiuso da anni. “Oh cazzo” disse all'improvviso riuscendo di colpo a aprire il ripostiglio. “Ma sì, certo, cazzo”, disse incredulo, “Maledetta Primavera, cazzo”.

E allora, come di colpo uscita dal ripostiglio chiuso per anni, una immagine precisa e lancinante. Lei, Maura – e ancora tornando a chiamarla solo col nome – sul sedile del passeggero della sua macchina che tenendogli una mano sulla coscia mentre guidava – il gesto che sentiva come il più intimo che una donna potesse fargli – e di ritorno da un Martini all'Argentario, sfottendo la voce di Loretta Goggi che usciva alta dall'autoradio cantava anche lei con ironico e esagerato abbandono la canzone. Nel vento dell'estate che entrava dai finestrini. Con lei in macchina e tutto il resto del mondo fuori dai finestrini immerso nella luce sfolgorante della giornata che battendo sul mare lo faceva scintillare lungo tutta la strada.

“Oh cazzo” disse senza più troppa voglia di sorridere. Gola troppo chiusa e troppa devastante voglia di una sigaretta per avere voglia di sorridere. Continuò a tenere duro cercando nei passi felpati che lo assediavano qualcosa che potesse contrastare il nodo alla gola finché non lo aveva trovato. Lei che in seguito a un tracollo finanziario del marito lo avvertiva della presenza di un altro tipo ricco che avrebbe potuto provvedere a lei e ai suoi figli e chiedendogli cosa ne pensava. Era comunque qualcosa a cui lui ancora senza soldi non avrebbe potuto supplire e era stato zitto. A lungo. Non poi così a lungo a pensarci bene. Ma sufficiente perché lei, davanti al banco e sotto lo sguardo partenopeo di Aldo il Barman, prendesse con due dita l'ombrellino lilla rimasto nel bicchiere vuoto e, con un'ultima strizzata d'occhio a Aldo il Barman, uscisse dal bar. La gonna plissettata a muoversi al suo passo deciso come la bianca bandiera di un libero vascello in partenza verso lidi sconosciuti che ormai non l'avrebbero più riguardato. L'ombrellino di carta tenuto con due dita sopra la testa. Come per ripararsi da una pioggia che non c'era. Prima di sparire dalla sua vita.

“Sì, passato troppo tempo da quell'addio senza tragedie, per avere nodi alla gola” si disse ricominciando a sorridere anche se per farlo occorreva un certo sforzo. A farlo sorridere, sia pure con sforzo, il ricordo di lui e Aldo il Barman dopo l' uscita di scena di lei. Avevano continuato a vedersi negli anni successivi, lui e Aldo il Barman. I primi tempi quasi ogni sera nel bar di Piazza Navona. “Due vedovi di poche parole” si disse ricordando. Con Aldo il Barman a mettergli davanti due Martini anche se lui era da solo uno dei quali guarnito da un ironico ombrellino lilla e che lui beveva per secondo togliendo l'ombrellino e facendolo ruotare tra le dita mentre glielo restituiva. Poi, col trasferimento di Aldo il Barman in quell’albergo ancora non ceduto al turismo, i loro incontri si erano diradati. Solo di tanto in tanto e senza più ombrellini nel bicchiere finché una sera l'aiuto barman, solo dietro il banco, lo aveva avvertito che Aldo il Barman era andato in pensione e tutto era finito.

Per cambiare indirizzo ai suoi pensieri si era messo a pensare se aspettare che i turisti rientrassero in albergo o andarsene prima e raggiungere il suo appartamento con alta vista sul Tevere dove viveva da solo dopo il divorzio da una seconda moglie. Gli piaceva il suo appartamento. Lo aveva restaurato di persona come avrebbe restaurato un fortilizio. Preferendo alla corrente tumultuosa dei torrenti quella più vasta e tranquilla del fiume che dalla sua finestra vedeva andare inesorabile verso la sua foce. Si passò le dita della mano sulla camicia lungo Quindici per Cento, pensando al fiume che scorreva verso la sua foce. Ma non aveva voglia di andarsene. Qualcos’altro da fare, prima. E era stato a quel punto che la voce, improvvisamente amichevole e quasi solidale come poteva succedere da tre mesi a quella parte, era tornata a farsi sentire. Come se anche lei non avesse voglia di andarsene.

“Qualche classifica?”

“E quale”, disse lui con una durezza immotivata.

“Il viaggio più eccitante? Il tuo progetto migliore? I dieci architetti più grandi? Sarebbero state buone classifiche ma non aveva risposto. Un forte senso di vuoto, dopo tutto quell'infuriare di ricordi da cui era appena uscito. Senso di vuoto, voglia di non muoversi, voglia di fumare e di un Martini, lì su quegli sgabelli. Niente altro. Quello alla fine il risultato dei passi ovattati da cui si era lasciato assaltare.

Poi improvvisamente e come avendo fatto i conti con qualsiasi fantasma – non era vero ma non poteva farci niente – si era ritrovato a sogghignare. A farglielo fare, l'immagine dell'asceta vegetariano in camice bianco che lo guardava mentre si metteva la busta del referto su Quindici per Cento nella tasca della giacca senza neanche guardarlo. “Beh, ripensandoci William Holden e Robert Ryan non avrebbero potuto fare di meglio”, si era ritrovato a dirsi sorridendo ma anche con un certo orgoglio.

“E poi cautele non vuol dire proibizioni” disse poi contando sul suo essere fortunato. “L'italiano è italiano, fino a prova contraria. E poi il problema non sarebbe un Martini ma farmelo fare qui”, aggiunse mettendosi a pensare a quello che gli piaceva dei Martini. “Il loro stare freddi e limpidi e rigidi sul loro stelo a venti centimetri sopra il banco. Tra la terra e il cielo. Come gelidi calici sull'altare” disse pensando che oltre che il ponte di comando di una nave un banco di bar poteva essere anche un altare. “Usciti dalla mescola puri e da non contaminare neanche con la scorza di limone”, si disse. “Solo strizzargliela sopra. Delicatamente. Con due dita. Come una benedizione per dargli in superficie uno leggero strato oleoso e profumato. Una estrema unzione. E comunque da affrontare come una comunione”. Sogghignò. “Sì, il Martini è ecclesiastico” sentenziò. “Per lo meno bevuto da soli. Mentre in due fa affrontare i torrenti”.

E allora, avendo parlato di torrenti e sentendo i passi ovattati tornare a avvicinarsi ma non temendoli più, aveva fatto scorrere lo sguardo sul banco deserto sentendolo un po’ come un fronte disertato per una ferita di guerra e dove comunque era tornato. “Dopo essere stato aperto e ricucito da uno stronzo asceta” aggiunse. Poi si era guardato intorno nell’albergo deserto. “Sì, va bene anche qui” disse “anche a costo di dargli io le direttive”, concluse a proposito del ragazzotto foruncoloso con la giacca macchiata.

Aveva dovuto ancora battere il palmo sul campanello di bronzo per vederlo ricomparire. Con una sorpresa. Tolta la giacca macchiata e indossatane una color crema e debitamente pulita e stirata, i capelli lisci, lucidi e ben spartiti da una riga al centro, dava l'idea di aver passato tutto il tempo della sua assenza nel retro a stirare la giacca e mettersi in ordine prima di fare la sua apparizione in veste ufficiale dietro il banco. Era rimasto a osservarlo con attenzione. In qualche modo faceva pensare a un giovane capitano conradiano – era un uomo che leggeva – sul ponte della nave del suo primo comando. A mostrare coraggiosamente i foruncoli. Ma da quanto non vedeva più un ragazzo coi foruncoli? Doveva essere di una generazione sbagliata. Poi, con mani pulite e unghie curate, il ragazzotto aveva accolto con una certa baldanza, la sua richiesta. Per poi voltarsi verso lo scaffale e prendere una bottiglia di Gordon's, ma sì perché no, ma non il manuale illustrato dei cocktail e poi tornando al banco per mettersi al lavoro con una sorta di baldanza anche se proprio la sua baldanza faceva capire la poca dimestichezza con quello che gli era stato chiesto. Ma affrontando lo stesso l'impresa con qualcosa di giovane e coraggioso che agganciava lo sguardo costringendolo a seguire i suoi movimenti.

“Beh, non tutto è perduto, alla fine” si trovò a pensare guardandolo mentre lavorava con studiata disinvoltura con il mixer. “Capace che ha anche una sigaretta come i veri barman” si disse con una improvvisa speranza. E subito dopo l'aveva chiesto.

Un rapido e sicuro annuire del capo da parte del ragazzotto, mentre mescolava nel mixer. Interrompendosi giusto il tempo per tirare fuori alla tasca della giacca ben stirata e con un movimento da apprendista prestigiatore un portasigarette d'argento aperto su cinque Marlboro trattenute da una cinghietta d’argento.

“Devo uscire?” aveva chiesto prendendola. Il ragazzotto aveva scosso il capo. “Non c'è ancora nessuno” aveva detto tranquillamente complice indicando col capo l'atrio deserto e offrendogli un accendino acceso e anche quello d'argento. “Non così in fretta, la prima dopo tre mesi”, aveva detto la voce, quieta e solidale. Allora anche lui aveva scosso il capo e il ragazzotto aveva spento l'accendino lasciandolo a sua disposizione sul banco. Aveva tenuto la sigaretta tra le dita sentendone la morbidità e la leggerezza. Ma soprattutto considerando le sue dimensioni perfette. “Difficile trovare qualcosa di così bianco e perfetto in tutto il pianeta” si disse, “i quadri di Fontana, forse”, disse. “Certo ne ammazzerà molti” aggiunse ancora sorridendo, “ma tutti quelli, di gran lunga di più, che aiuta a vivere?” Aveva avuto un moto di solidarietà e di pietà per tutti i fumatori del pianeta. E, per un momento, ancora l'immagine di Maura Denti di Volpe – finiti i ricordi era tornato a non chiamarla più solo col nome – che se ne accendeva una. “Il più grande amore della mia vita”, la frase di lei dopo una piccola e nervosa lite tra loro e aspirando con protervia e a fondo il fumo.

Allora, messa la sigaretta tra le labbra,  preso l'accendino d'argento dal banco l'aveva accesa. Socchiudendo gli occhi e aspirando anche a lui a fondo. In segno di solidarietà con Maura Denti di Volpe. Ovunque fosse. Sentendo il non dimenticato calore dolciastro del fumo. Subito, in mezzo al petto, il colpo di una soffice fucilata ma se lo era aspettato e non gli aveva dato peso. Riaprendo gli occhi e tornando a guardare il ragazzotto che, versata la mescola nel bicchiere ghiacciato, vi strizzava sopra la scorza di limone. “Beh, si, forse non tutto è ancora perduto” era tornato a ripetersi guardandolo lavorare concentrato nel suo compito. Un impulso di fermarlo quando aveva capito che, dopo averla strizzata, avrebbe lasciato cadere la scorza nel bicchiere. Ma non aveva detto niente. Poi dopo averla in effetti lasciata cadere nella mescola, gli aveva spinto con rispetto il bicchiere davanti. Per poi allontanarsi. Restando in piedi nell’angolo più lontano del banco. In professionale e brufolosa attesa.

Sì, non tutto era perduto, forse. Allora era rimasto a guardare il bicchiere svettare gelido e limpido e immobile venti centimetri sopra il banco tra la terra e il cielo. “Un calice, altro che storie”, aveva detto piano a se stesso. Poi aveva avvicinato con cautela le dita al bicchiere.

“Senza ghiaccio”, le sue parole di uomo fortunato prima di prenderlo e sollevarlo piano dal banco tenendolo per lo stelo. Il limpido liquido aveva avuto un leggero limpido tremore e aveva aspettato che tornasse limpido e immobile. Poi, tenendolo fermo per non farlo muovere di nuovo, aveva accostato le labbra all'orlo gelido. Poi aveva fatto un piccolo sorso. Poi un secondo. Un po' più sostenuto. Poi, sentendo già un lieve beccheggio, aveva socchiuso gli occhi. Per gustarlo meglio. Aveva continuato a tenere gli occhi socchiusi anche al terzo sorso.

Sì, ne era certo. Non ricordava quando mai ne aveva bevuto uno così buono.