Soli in treno - cosa legge la gente in treno, Alessandro Trocino

 

 

Roma-Milano, “L’ultima estate in citta’” di Calligarich.

di Alessandro Trocino

Del resto è sempre così. Uno fa di tutto per starsene in disparte e poi un bel giorno, senza sapere come, si trova dentro una storia che lo porta dritto alla fine”. 

Apro “L’Ultima estate in città”, di Gianfranco Calligarich. Sono su un Trenitalia che da Roma Ostiense mi porta a Milano Garibaldi. E’ una bellissima edizione Garzanti, la prima, dell’aprile 1973.

La copertina rigida e bianca è un piccolo capolavoro di arte contemporanea, decisamente seventy. La stilizzazione grafica di un pezzo di città, un palazzo a piramide, una strada rossa e nera, un intreccio di spazi e figure che alludono a sottopassaggi e tunnel. Di fianco a me, una ragazzina con l’ombretto verde e labbra troppo consapevoli legge “Mille splendidi soli”. Chiede chi sono i talebani. La madre risponde, mal volentieri: gente cattiva. Un ragazzo con la barba e il maglioncino rosso Fred Perry sorride, scuotendo in aria Philippe Daverio e il suo Museo immaginario. 

Accanto a me la ragazza, remota, le mani serrate sull’impermeabile, gli occhi socchiusi, aspirava avida il profumo dei platani con la soddisfazione di chi si trovasse nel proprio giardino insieme a un ospite casuale. Per darmi un contegno guardai il cielo. Era nero, altissimo, solcato da grandi nuvole in rotta”. 

La voce metallica di Eataly dice che è vietato fumare “anche nelle tòilette”. L’accento sulla o mi rovina un minuto buono di concentrazione. Guardo l’Ipad: come ho potuto comprare una copertina ocra? Nessun messaggio in arrivo. Il Blackberry occhieggia di luce rossa: c’è vita là dentro. Una mail non letta: “E’ arrivato il nuovo Calendario di Frate Indovino 2013, che avrà come protagonista il Poverello, San Francesco”.

Mi domandai se esistesse qualcosa al mondo capace di distruggerla, lei e la sua fragilità”.

Ancora la Voce metallica che mi rimbomba dentro. Avverte che nel caso che qualche mascalzone decidesse di accendersi una sigaretta, sia pure nella tòillette, si attiverebbero immediatamente i liquidi antincendio. Ho l’impulso di cominciare a fumare. Dal taschino estraggo un Havana e lo accendo. Lo aspiro e rischio di morire, soffocato dalla tosse e dal fumo. Dal tetto della carrozza numero 10 cominciano a zampillare fontanelle di liquido nero. Nessuno sembra accorgersi di nulla. I capelli lucidi della ragazza si bagnano e diventano mille splendidi soli vischiosi. Una signora che legge Marco Malvaldi, “Milioni di milioni”, è impassibile. Si apre la porta automatica della carrozza e avanzano alcune galline sorridenti. Fanno un inchino e non si accorgono di nulla. Vorrei avvertire tutti dell’incendio, ma sono come paralizzato. Sobbalzo solo al pensiero che presto la preziosa copertina di Calligarich si infradicerà di liquido nero antincendio. Ripenso a Fahrenheit e ai paradossi della storia. Mi sveglio sudato e vedo la smorfia di disprezzo della ragazzina. Stai leggendo un libro di merda, penso, prima di riaddormentarmi. 

Ma il freddo non mi passava e allora feci una cosa stupida. Mi misi a piangere”. 

La Voce dice che un dream manager si occuperà di noi. Non si capisce bene, in effetti, forse la Voce dice “team manager”. Eppure ci vorrebbe un dream manager che si occupasse di noi, dei nostri sogni, delle cose che non accadono, dei volti pesanti di rughe, della notte che è solo oscurità. Chiunque esso sia, questo dream manager non si fa vedere per tutto il viaggio e le tòilette restano intasate.

Dopo i tentati suicidi ci vuole molta dignità”.

Al Carrobbio due tizi parlottano tra loro: “Sei poi andato dalla pische?”. Il tassista che mi porta all’Ostello Bello mi chiede come va. E’ una scusa per sentirsi rivolgere la stessa domanda: “Ora bene – dice, muovendo il volante di gomma appiccicosa con circospezione – Sono stato fortunato. Una vedova mi ha voluto bene. Si è presa cura di me e della mia biancheria”. 

Il fiume è dentro di noi, il mare tutt’intorno”. 

Ho lasciato riposare “L’ultima estate in città” per un po’ dentro una valigia chiusa. Ora sono dentro l’inverno del Tgv, in viaggio verso la Parigi del reveillon. I passeggeri hanno facce leggere di vacanze, indossano capelli biondi con disinvoltura e bellissime pelli da efebi. Leggono con occhi a palla su apparecchietti metallici minuscoli, Kindle e Kobe. Una ragazza di Torino è sprofondata dentro un enorme libro di carta di Piersandro Pallavicini. Questo mi dà speranza. Non bisogna mai disperare del mercato, dell’omologazione. Lei legge Pallavicini: è andata in libreria, lo ha cercato, lo ha comprato e ora lo sta leggendo. Forse arriverà persino alla fine. 

Eppure era bello uscire di casa al mattino insieme agli altri. Ti faceva sentire in ordine”. 

C’è questa ragazza con una cuffia di morbido pelo bianco, di quelle per non sentire freddo non per ascoltare la musica, che sta riversa ed esanime sul sedile viola del Tgv, la testa all’indietro, gli occhi gonfi dal sonno. Davanti a lei, chiuso, un librone bianco: “Sei introverso?”. 

Penso a un incipit per un libro. Mi viene in mente il Carver dì “Quello che mi ha detto il medico” e scrivo: “Il medico che mi accolse aveva un camice più bianco di quanto fosse necessario e quella leggera e immotivata euforia che solo la sofferenza che sta per dispensare poteva giustificare”. 

Sbircio la mail sull’Ipad di un tizio con i capelli a spiovere, scarpe a punta e un principio di intossicazione: “Caro Sergio credo di avere risposto alla tua domanda dalle pagine di Audio Review con il progetto di un Subwoofer pensato, voluto e realizzato per una Quad. Credo di avere risolto i limiti dinamici a bassa frequenza”. Penso a quanto debba sentirsi orgoglioso, ad aver sconfitto i limiti, dinamici. 

Possiamo chiudere? – disse l’uomo dell’agenzia. Allora misi nella bara il pacchetto di Lucky Strike”.

Le nuvole si muovevano sfrangiate a blocchi, nella direzione opposta del treno. Sembrava la scena di un film dozzinale, ma era la scena del mio film. Parigi stava arrivando, come ogni anno, e con lei la Hune, le Champo, le Reflet Médicis, lo Chateaubriand, Canal Saint-Martin, il ricordo di Jean Eustache e tutte quelle Anna Karina sedute nelle brasserie, la sigaretta che vibra leggera, architetture di mani sottili sospese nell’aria. 

Come sta Graziano?, disse, dopo avermi baciato sulle guance. Bene”

Il controllore francese distribuisce un pacchetto avvolto in carta argentata. Vergani c’è scritto appena sotto un Duomo stilizzato. Il vero panettone milanese. Panettone cake. 

Per i primi cento chilometri nessuno parlò. Fu quella volta che scoprii che due persone fanno più silenzio di una”. 

Un uomo con la sciarpa perfettamente intrecciata dorme con le mani conserte e l’occhiale sospeso sugli occhi, leggermente inclinato sul lato sinistro. Davanti a lui, una bottiglia d’acqua, un berretto di lana e di traverso Exit, di Alicia Giménez-Bartlett 

Vuoi morire? Sai cos’è una sindrome crepuscolare? Sentii che diceva qualcosa a proposito di interruzione di coscienza, di primitiva personalità, agitazione ansiosa, stato stuporoso, atti automatici,  delirio monotono e confabulazione. Confabulazione mi piacque molto”. 

Citazioni tratte da L’ultima estate in città di Gianfranco Calligarich, Garzanti, 1973

 

 

Diciottesima giornata, G.C.

 

campionato 2012-2013

 

 

-Gradi 11, umidità 66 per cento, vento debole da Nord.

-Cos'è? Un riferimento all'incipit dell' “Uomo senza Qualità”?

- Le condizioni meteo per Roma - Milan di stasera diciottesima di Campionato.

- E che ti vedrai qui da solo nella tana?

- Se non parlerai troppo. Se no fuori anche tu.

- Sei stato tu a cominciare.

- Solo perché il vento che arriva dal Nord insieme al Milan mi preoccupa. Stasera potrebbe rinforzare e mai stata buona a giocare con il vento, la Roma.  Certo che la vedrò qui, dove vuoi che la veda. Qui nello studio a pianterreno con le finestre sul giardino di palme del palazzo che la domenica diventa muto come una tomba è il posto migliore per vedere le partite. E poi con lo stadio a cinquecento metri dall’altra parte del Tevere e i tifosi che qui dietro in piazza Mancini scendono dai tram e gli autobus con le bandiere e le sciarpe per attraversare il ponte bianco che porta allo stadio mi fa sentire un po’ sugli spalti anch’io senza  stare  tra la folla. Molto meglio il Philips 42 pollici.

- E poi le malelingue dicono che sei orso. Come va il romanzo?

- Sarà una faccenda lunga.

 Come l’attesa da qui a stasera. Sono le dieci del mattino.

- E’ domenica, ci sono i supplementi dei giornali.  

- Già, e poi a mezzogiorno c’è Inter - Genoa. E’ questo che ti fa sogghignare?

- Penso a Tettamanti su a Genova a strizzarsi i testicoli davanti alla TV. Come si fa a non sogghignare?

- Siamo sotto Natale, è questo il regalo che vorresti? Che l’Inter fottesse il Genoa?

-Che la Roma fottesse il Milan.

-Un regalo grosso. Difficile che il sacco di Babbo Natale riesca a contenerlo.

-E allora che si fotta lui e il suo vestito rosso e se ne stia davanti ai supermercati a rompere i coglioni ai passanti con la  sua campanella. 

-Un po' nervoso?

-Con Roma - Milan?

-Beh, magari ti distrarrai un po’ con le partite del pomeriggio.

- Se saranno buone. Quelle dell'anticipo di ieri con la Juventus che tanto per cambiare ha vinto, e la cosa sta diventando noiosa, contro un coraggioso Cagliari e il Pescara che ha battuto il Catania non sono state un gran che.

- Tutto qui il tuo interesse per altre partite di questa diciottesima?

-Dipende da come saranno. Più che le partite mi piacciono le storie che vivono le squadre alle prese con il loro karma. O le storie di certi giocatori, o di certi allenatori o di certi amici che tifano per le loro squadre. Prendi Filippo Bologna che è toscano e tifa proprio Milan. Ma come fa un toscano a tifare Milan? Mi pare che una volta per giustificare la sua distorsione genetica abbia detto che da ragazzino aveva uno zio che tifava Milan. Fatali, nella vita, certi zii. 

- Quindi le squadre avrebbero un loro karma?

- Sì, possono cambiare allenatori, giocatori, presidenti ma il loro karma resta sempre lo stesso e quello della Roma è di perdere. Prima ti fa sognare chissà cosa e poi ti fotte perdendo. Del resto è per quello che è così amata. Prendi l’inno che i suoi tifosi cantano sugli spalti prima delle partite. Fa piangere perché non è altro che un canto verso una maldetta amante che prima ti seduce e poi ti molla. Inafferrabile e ingrata, così è la Roma. E i suoi tifosi tutti innamorati destinati a essere traditi. Come in tutte le grandi storie d'amore, del resto. Comunque è il giocare a pallone in sé stesso, che mi piace. E’ per questo che seguo un po’ tutte le squadre. Mi piacciono le storie del loro karma.

- Insomma ti piace il calcio in genere, non stare lì a farla tanto lunga.

- Sei tu a farla lunga. Come voce interiore cominci o a non sentirci bene o a rincoglionirti. Non ho detto calcio. Ho detto pallone. E' una faccenda diversa.

-Nel senso?

 - Nel senso che il calcio è quello che giocano gli adulti per soldi su un prato ben pettinato mentre il pallone è quello che giocano i ragazzini sugli spiazzi di terra dei parchi pubblici o nelle vicinanze delle scuole. Quello che giocavo io da ragazzino e che certe volte posso rivedere ancora nelle partite di campionato dove ancora ci sono giocatori che più che a calcio ancora giocano a pallone. E' qualcosa che in qualche modo deve avere a che fare anche con Dylan Thomas, credo.

- Dylan Thomas?

- Sì, anche con lui, se ancora riesci a ricordarti chi era.

-Dove stai andando.

-A prendere i giornali. E’ un momento buono quello nella piazza la domenica mattina coi negozi chiusi e la gente che coi cani al guinzaglio  va a bere il caffè nei bar e poi alle edicole a  prendere i giornali. La pace prima della tempesta. Tu resta qui che se proprio vuoi di Thomas parliamo dopo Inter-Genoa.

 

 

 -Rieccoci qui. Allora, Inter - Genoa?

- E’ andata che per un maledetto pelo Tettamanti su a Genova non ha avuto il suo regalo di Natale. Il Genoa ha segnato per primo restando in vantaggio per tutta la partita finchè l'Inter ha pareggiato a pochi minuti dalla fine. Jella.

- Sì, jella. Ma in attesa delle partite del pomeriggio vogliamo tornare ai giocatori che non giocano a calcio ma a pallone?Cosa volevi dire.

-Che ci sono giocatori soprattutto certi grandissimi che anche se sono professionisti pagati a milioni  danno ancora l'impressione di giocare più per divertirsi che per soldi. Prendi Francesco “Cippirimerlo” Totti.

-“Cippirimerlo?”

-Era il modo di dire da ragazzini quando giocando a pallone qualcuno più bravo di te dopo averti dribblato e magari anche segnato ti sfotteva portandosi il pollice al naso agitando le altre dita. Così è Totti e quel suo modo di alzare il braccio verso il cielo e portarsi il pollice in bocca dopo aver segnato non è altro che il suo cippirimerlo. Ma tutto il suo gioco è cippirimerlesco. Un gioco da mascalzone che ne sa una più del diavolo, che vede anche alle sue spalle come avesse un terzo occhio sulla nuca, che scarta gli avversari magari con un colpo di tacco e poi ti fa dei lanci da quaranta metri proprio sulla punta del piede del compagno mandandolo in gol. I suoi passaggi non sono passaggi. Sono regali che lui distribuisce ai suoi compagni a mani piene o meglio a piedi pieni. E quando infila il portiere avversario con il cucchiaio? Puro cippirimerlo per poi tornare a trotterellare a culo basso per il campo e a fare secchi  gli avversari come se neanche esistessero.  Il fatto è che lui si diverte, altrochè se si diverte. Robe così si vedevano solo sugli spiazzi della scuola. E così era Maradona, o il grande Baggio o, oggi, Pizarro e Miccoli e l'inarrivabile Messi che poi tra l'altro sono tutti giocatori più bassi del normale. Se ricordo bene anche i più bravi sugli spiazzi della scuola, erano più piccoli degli altri. Ti aggiravano e sgusciavano via svelti come missili e tu lì come un fesso a corrergli dietro come verso un treno già partito. Così certi giocatori bassi.  Più svelti e paraventi degli altri e a volte tanto più grandi quanto più sono bassi. E lui, Totti, è il solo giocatore che gioca come se fosse basso anche senza esserlo. E’ questo a farlo eccezionale. Roba coi suoi cippirimerlo da farti venire nostalgia di quando andavi a scuola che per me è il massimo della perversione.

-Insomma ami il calcio quando diventa pallone.

-Amo il pallone in se stesso. Il suo essere una sfera di cuoio che se la prendi a calci vola nel cielo come un uccello non offeso ma felice di volare. Ma ce ne sono altre di cose che amo nell’ adolescenza dei ragazzini e nel loro rapporto col pallone.

- Per esempio?  

- Beh, prendi quando sono seduti per terra a allacciarsi le stringhe delle scarpe. Lo fanno concentrati e laboriosi come stessero compiendo un’ impresa. A me un ragazzino seduto per terra che si allaccia le stringhe delle scarpe può commuovermi fin quasi alle lacrime. E’ come un momento di coraggiosa preparazione a camminare verso il mondo sconosciuto del suo futuro per cui è meglio che ti allacci bene le stringhe. Come fai a non commuoverti? E un'altra è un ragazzino seduto sul suo pallone a guardarsi intorno. Guardali. E’ come se già sapessero che su qualunque poltrona anche di prestigio potranno mai mettere il culo nella vita nessuna potrà mai valere quel pallone. E poi come ti dicevo prima c'è il pallone che vola. Ma questo è un altro discorso. Quello di Dylan Thomas.

-E allora dai, sputala fuori questa storia.

-No, sono le due e mezzo e cominciano le partite del pomeriggio. Se ne parla dopo.

 

 

-Come sono state le partite?

-Niente di che. La Lazio ha battuto la Sampdoria per cui è seconda in classifica. E' una cosa che mi fa piacere anche se sono romanista. Il karma della Lazio a differenza di quello della Roma che è perdente, è invece aggressività e velocità e a volte il confronto con la neghittosità da amante pigra della Roma mi sconforta un po'. Sì, la Lazio sarà anche una squadra un po' fascista ma certe volte non posso fare a meno di ammirarla. E poi c’è la Fiorentina che ha battuto 3 a 0 il Palermo del mio amato piccolo Miccoli, un assassino da un metro e sessanta ma che oggi aveva il mirino fuori squadra. Da un lato mi fa piacere che il Palermo abbia perso perchè ha un Presidente psicotico e divoratore di allenatori che merita di perdere. Invece riguardo la Fiorentina sono contento per “aereoplanino” Montella che si sta rivelando un grande allenatore capace di far giocare e segnare anche dei ciocchi grandi e grossi come Toni. E poi ha fatto rinascere Aquilani e messo in pista due fulmini di guerra come Jovetic e Cuadrado.  Cuadrado soprattutto. E’ una scheggia di bomba che non fai mai in tempo a capire dove vada. E poi Montella è stato così furbo da prendersi Pizarro scaricato dalla Roma di Zeman, cosa che a Zeman folle boero non perdonerò mai. Sì, mi piace, Montella. Dietro quella sua faccia da ragazzo perbene c'è uno che la sa lunga sul pallone e sa come dimostrarlo. Poi sulle altre partite non mi sembra ci sia molto da dire.

-Vuoi dire che possiamo riprendere il discorso su Dylan Thomas?

-E va bene. E' una faccenda che riguarda il pallone quando vola da un giocatore all'altro. Come ti ho detto mi piace quando il pallone solca il cielo sopra uno stadio. Fa pensare a un uccello che vola felice verso un appuntamento dove vuole o, almeno, vorrebbe andare. Ma che soprattutto è contento di volare. Ho una vecchia storia, in questo senso. Molto vecchia.

- Allora meglio tirala fuori prima che lo diventi troppo.

- E va bene. Risale alla Milano del dopoguerra quando giocavo tra le macerie delle case distrutte dai bombardamenti insieme ai miei amici figli di ladri. Tutti dei gran bastardi.

-Figli di ladri?

-Sì, finita la guerra e arrivando dall'Africa la mia famiglia era andata a abitare a Milano vicino a via Canonica che allora era una strada semidistrutta dalla bombe e molto malfamata. Tutti ladri a quel tempo, a via Canonica. Per cui gran parte di quelli con cui giocavo tra le macerie avevano padri e fratelli maggiori che entravano e uscivano da San Vittore come da un diurno. Io, anche se di famiglia borghese ero senza un soldo come loro e facevamo qualche spicciolo vendendo ai robivecchi quello che trovavamo tra le macerie ma niente che ci permettesse di avere un pallone e ogni tentativo di colletta si era rivelato insufficiente per cui giocavamo sugli spiazzi creati dalle bombe con un vecchio pallone di cuoio che da marrone era diventato grigio senza camera d'aria e imbottito di stracci. Quello il nostro unico pallone. Morto e così privo di ogni cenno di vita che ogni volta che lo calciavi il peso poteva slogarti una caviglia per poi, dopo un volo di al massimo tre metri, tonfare a terra immobile come una grossa e vecchia caciotta rifiutata anche dai vermi. Poi una sera d'estate, quando i portoni delle case restavano aperti fino alle dieci e tu ti sentivi già molto in gamba a stare fuori a giocare per strada fino a quell’ora della sera, avevo ricevuto una scatola da scarpe da un amico di mio padre che molto tempo prima mi aveva promesso un regalo. Non era mai arrivato e non ci pensavo più quando invece una sera era arrivata quella scatola da scarpe. E cosa c'era dentro? Un pallone! E mica un pallone qualsiasi. Regolamentare, numero cinque, di un mai visto bel giallo dorato e con un’invisibile camera d’aria che potevi gonfiare  infilando un ago in un foro dove gli altri palloni invece avevano chiusure con le stringhe che quando li colpivi di testa ti lasciavano bozzi rossi sulla fronte.

         Insomma un pallone fantastico, roba che poteva venire a trovarti solo di notte nei tuoi sogni più erotici. Roba che, dopo averlo gonfiato con una pompa da bicicletta anche quella nella scatola da scarpe, con dei colpi di stantuffo che venivano direttamente dalle mie tumultuanti pulsazioni cardiache, avevo preso tra le mani e avevo buttato sul pavimento di casa dove, dopo un tonfo cupo e caldo come l’abbraccio di tua madre, aveva avuto con uno stupefacente risultato. Rimbalzava! Allora pazzo di eccitazione lo avevo messo sotto il braccio per poi buttarlo giù per le scale del palazzo e raccogliendolo e baciandolo su tutti i pianerottoli finchè non ero arrivato in strada dove gli altri stavano giocando nel buio della sera d'estate. Se invece di un pallone fosse stata una bomba avrebbe avuto un effetto meno deflagrante. Entro due minuti tutti mi erano intorno spintonandomi finchè erano riusciti a strapparmelo dalle braccia per poi, con urla selvagge, cominciare a  prenderlo addirittura a calci!  Facendolo volare verso il cielo a malapena illuminato dai lampioni mentre io stavo a guardarlo apparire e scomparire tra la luce e il cielo scuro con il cuore trafitto da un coltello e che riprendeva a battere solo quando il pallone tornava a balzellare sul selciato. Avessero fatto volare a calci nel cielo dei lampioni anche il mio cuore sarei stato meno disperato perché almeno là tra il buio e la luce lui sarebbe stato insieme al pallone. Finchè finalmente ero riuscito a riafferrarlo e, dopo averlo baciato e stretto sul cuore, stavo già correndo verso il portone di casa aperto nella sera come verso il solo rifugio che avessi in tutto il mondo, quando lui mi era sfuggito dalle braccia. Da solo. Rimbalzandomi davanti sul selciato e allontanandosi da me come avesse voluto ancora continuare a volare verso il cielo dei lampioni. Solo allora, con la precisa sensazione che fosse lui a chiedermelo, avevo trovato il coraggio di dargli un calcio anch'io. Restando a guardarlo volare verso i lampioni con una stupefacente certezza. Che lui fosse felice! Ecco perchè ancora oggi mi piace vedere i palloni che volano sui campi di calcio. Perché so che sono felici.

-Molto nostalgico, quasi poetico. Ma Dylan Thomas?

-Dopo.  Ormai è sera, tra un’ora comincia la partita e voglio uscire a sentire se è aumentato il vento. Non so perchè ma la sento una sera come la sera di quel pallone e siccome se c’è un cosa certa nel mondo è che tutti i palloni sono uguali, voglio andare in piazza a vedere i tifosi che vanno allo stadio a guardarlo volare.

 

 

- Rieccoti qui. Com'era la piazza fuori?

- Quella delle grandi occasioni. In alto nel cielo scuro un paio di elicotteri a sorvegliare i dintorni dello stadio e nelle strade e sul ponte bianco sopra il Tevere cinquantamila tifosi a piedi o in macchina o su motorini con sciarpe e cuffie e bandiere giallorosse. E poi vigili a dirigere il traffico, auto della polizia sorvegliare il movimento generale, decine di bancarelle con magliette e bandiere e chioschi a vendere birre e panini con la porchetta. Tutti comunque a comprare la fantastica pizza del Dolce Forno all'angolo della piazza o fare la coda da Luigi e Giovanni, i tabaccai, per poi mangiare pizza o succhiarsi nervosamente sigarette camminando a sciami verso lo stadio che con le luci accese sembrava dentro una aurora boreale. E poi tram e autobus fermi ad aspettare i tifosi con burocratica fedeltà per riportarli a casa dopo la partita e tutti i conducenti con le radioline accese. Ecco come era la piazza. Una grande e tesa eccitazione moltiplicata per cinquantamila, conducenti di tram e autobus compresi. Unico rimpianto, stavolta chissà perché sì, non essere con loro a guardare i pallone volare nell'aurora boreale dello stadio.  Ecco come era la piazza.

-E tu?

- Io ho guardato la sera succhiandomi il dito fino a scarnificarlo per sentire il vento e guardando il fiume che scorreva lucido, scuro e tranquillo. I fiumi la sanno troppo lunga per preoccuparsi di qualsiasi cosa.

- E com’era il vento?

-Debole da Nord.

- E poi?

- Poi sono tornato indietro verso casa solcando all'inverso il fiume di gente che andava verso lo stadio. Dicevano che Burdisso andrà forse in Inghilterra, che De Rossi gioca avendo, forse, fatto pace con Zeman e che Totti farà da punta arretrata dietro Osvaldo e Lamela. Quanto al Milan il solito Milan temibilmente berlusconiano contro i cinquantamila romanisti innamorati pronti a essere delusi che andavano a sedersi sugli spalti. Ecco come era là fuori.  Poi ho comprato birra e un panino con la porchetta e sono tornato qui a mangiarlo e a bere la birra nel bicchiere, visto che nessun tifoso può vedermi e discriminarmi perché non la bevo a canna. Ecco cosa o fatto. E adesso basta, adesso voglio solo la voce dei commentatori, vedere il pallone volare sullo schermo del Philips e godermi il silenzio del giardino del palazzo immerso nella notte. Terrò le tende delle finestre aperte per avere un po’ di luce. Ci sono dei lampioni, tra le palme del giardino.

- Allora, gradi 11, umidità 66 per cento, vento debole da Nord e via andare?

- Esattamente, e adesso vuoi tacere? C’è il maledetto fischio di inizio.

 

 

-Ci sei? La partita è finita. Allora, ci sei?

-Ma sì, ci sono, ci sono! Ero solo uscito a guardare i tifosi che uscivano dallo stadio. Camminavano a frotte basiti come automi e gli occhi sbarrati. Quattro a due per la Roma! QUATTRO A DUE! Quell'imprevedibile bastardo di Zeman l'ha fatta giocare da Padreterno e la vecchia amante bastarda questa volta si è fatta afferrare da tutti i suoi cinquantamila amanti e se li è fatti tutti uno per uno in un partouze collettivo che neanche fosse stata Marlene Dietrich nei suoi concerti per le truppe sui fronti di guerra. Totti ha giocato come fosse uscito da scuola dopo cinque ore di economia domestica e era scatenato facendo segnare Burdisso, Osvaldo e due Lamela. Lo hanno travolto, il Milan, altro che storie. Poteva finire quattro a zero porca puttana se il Milan non ne avesse fatti due solo negli ultimi minuti. ECCO DUNQUE COSA ERA IL VENTO DEBOLE DAL NORD!  ERA IL MILAN! Fantastico.

-Sei gol. Beh, evidentemente il sacco di Babbo Natale era grosso.

-Come no, come un magazzino.

-Contento del regalo  di Natale?

- Beh, e come dovrei essere. Diciottesime giornate come questa rimettono al mondo. Ma adesso ti mollo, ho fretta di mandare un messaggio di condoglianze a Philip Bologna toscano milanista.

-E te ne vai così?E Dylan Thomas?

- Chi? Ah sì, il vecchio Dylan e quella sua faccenda sulla palla.

- Sulla palla?Insomma, ti decidi a dire cosa diceva?

- Sì, come no. Basta che facciamo presto. Sono i due versi conclusivi di una delle ultime poesie scritte quando lui già era famoso ma non per questo aveva smesso di abbonarsi a quelle sbronze che alla fine lo avrebbero ammazzato.“ La palla che da bambino ho lanciato verso il cielo ancora non è tornata indietro”.

-Così diceva?

-Così diceva.

-Non ci credo. Bella frase. E perché ti piace. Perché quel tuo fantastico pallone che volava tra i lampioni  non è ancora tornato indietro?

- E che ne so. Tu prendila come un regalo di questa diciottesima. E adesso vattene e lascia le tende aperte che voglio vedere la luce dei lampioni tra le palme del giardino e adiòs sia a te che a Babbo Natale. Più niente da dire neanche su di lui. Brava persona, dopotutto.

 

G.C.

 

 

 

La mia vita era un fucile carico, Emily Dickinson

 

La mia vita era un fucile carico

appoggiato in un angolo

poi un giorno il suo padrone passò

mi identificò e mi portò con sé.

 

Adesso vaghiamo per boschi sovrani

e diamo la caccia alle cerve

e ogni volta che parlo per lui

le montagne rispondono pronte.

 

E quando sorrido una luce cordiale

brilla sulla vallata,

come se un viso vesuviano

potesse provare piacere.

 

E quando di notte passata una buona giornata

proteggo la testa del mio padrone

è meglio che condividere con lui

un profondo cuscino di piume.

 

Al suo nemico io sono mortalmente nemico

nessuno fa mai un'altra mossa,

quando lo fisso con occhio giallo

o un pollice imperioso.

 

Per quanto più a lungo di lui io possa vivere

egli deve vivere più a lungo di me

perchè io ho solo il potere di uccidere

ma senza la capacità di morire.

Emily Dickinson