Diciottesima giornata, G.C.

 

campionato 2012-2013

 

 

-Gradi 11, umidità 66 per cento, vento debole da Nord.

-Cos'è? Un riferimento all'incipit dell' “Uomo senza Qualità”?

- Le condizioni meteo per Roma - Milan di stasera diciottesima di Campionato.

- E che ti vedrai qui da solo nella tana?

- Se non parlerai troppo. Se no fuori anche tu.

- Sei stato tu a cominciare.

- Solo perché il vento che arriva dal Nord insieme al Milan mi preoccupa. Stasera potrebbe rinforzare e mai stata buona a giocare con il vento, la Roma.  Certo che la vedrò qui, dove vuoi che la veda. Qui nello studio a pianterreno con le finestre sul giardino di palme del palazzo che la domenica diventa muto come una tomba è il posto migliore per vedere le partite. E poi con lo stadio a cinquecento metri dall’altra parte del Tevere e i tifosi che qui dietro in piazza Mancini scendono dai tram e gli autobus con le bandiere e le sciarpe per attraversare il ponte bianco che porta allo stadio mi fa sentire un po’ sugli spalti anch’io senza  stare  tra la folla. Molto meglio il Philips 42 pollici.

- E poi le malelingue dicono che sei orso. Come va il romanzo?

- Sarà una faccenda lunga.

 Come l’attesa da qui a stasera. Sono le dieci del mattino.

- E’ domenica, ci sono i supplementi dei giornali.  

- Già, e poi a mezzogiorno c’è Inter - Genoa. E’ questo che ti fa sogghignare?

- Penso a Tettamanti su a Genova a strizzarsi i testicoli davanti alla TV. Come si fa a non sogghignare?

- Siamo sotto Natale, è questo il regalo che vorresti? Che l’Inter fottesse il Genoa?

-Che la Roma fottesse il Milan.

-Un regalo grosso. Difficile che il sacco di Babbo Natale riesca a contenerlo.

-E allora che si fotta lui e il suo vestito rosso e se ne stia davanti ai supermercati a rompere i coglioni ai passanti con la  sua campanella. 

-Un po' nervoso?

-Con Roma - Milan?

-Beh, magari ti distrarrai un po’ con le partite del pomeriggio.

- Se saranno buone. Quelle dell'anticipo di ieri con la Juventus che tanto per cambiare ha vinto, e la cosa sta diventando noiosa, contro un coraggioso Cagliari e il Pescara che ha battuto il Catania non sono state un gran che.

- Tutto qui il tuo interesse per altre partite di questa diciottesima?

-Dipende da come saranno. Più che le partite mi piacciono le storie che vivono le squadre alle prese con il loro karma. O le storie di certi giocatori, o di certi allenatori o di certi amici che tifano per le loro squadre. Prendi Filippo Bologna che è toscano e tifa proprio Milan. Ma come fa un toscano a tifare Milan? Mi pare che una volta per giustificare la sua distorsione genetica abbia detto che da ragazzino aveva uno zio che tifava Milan. Fatali, nella vita, certi zii. 

- Quindi le squadre avrebbero un loro karma?

- Sì, possono cambiare allenatori, giocatori, presidenti ma il loro karma resta sempre lo stesso e quello della Roma è di perdere. Prima ti fa sognare chissà cosa e poi ti fotte perdendo. Del resto è per quello che è così amata. Prendi l’inno che i suoi tifosi cantano sugli spalti prima delle partite. Fa piangere perché non è altro che un canto verso una maldetta amante che prima ti seduce e poi ti molla. Inafferrabile e ingrata, così è la Roma. E i suoi tifosi tutti innamorati destinati a essere traditi. Come in tutte le grandi storie d'amore, del resto. Comunque è il giocare a pallone in sé stesso, che mi piace. E’ per questo che seguo un po’ tutte le squadre. Mi piacciono le storie del loro karma.

- Insomma ti piace il calcio in genere, non stare lì a farla tanto lunga.

- Sei tu a farla lunga. Come voce interiore cominci o a non sentirci bene o a rincoglionirti. Non ho detto calcio. Ho detto pallone. E' una faccenda diversa.

-Nel senso?

 - Nel senso che il calcio è quello che giocano gli adulti per soldi su un prato ben pettinato mentre il pallone è quello che giocano i ragazzini sugli spiazzi di terra dei parchi pubblici o nelle vicinanze delle scuole. Quello che giocavo io da ragazzino e che certe volte posso rivedere ancora nelle partite di campionato dove ancora ci sono giocatori che più che a calcio ancora giocano a pallone. E' qualcosa che in qualche modo deve avere a che fare anche con Dylan Thomas, credo.

- Dylan Thomas?

- Sì, anche con lui, se ancora riesci a ricordarti chi era.

-Dove stai andando.

-A prendere i giornali. E’ un momento buono quello nella piazza la domenica mattina coi negozi chiusi e la gente che coi cani al guinzaglio  va a bere il caffè nei bar e poi alle edicole a  prendere i giornali. La pace prima della tempesta. Tu resta qui che se proprio vuoi di Thomas parliamo dopo Inter-Genoa.

 

 

 -Rieccoci qui. Allora, Inter - Genoa?

- E’ andata che per un maledetto pelo Tettamanti su a Genova non ha avuto il suo regalo di Natale. Il Genoa ha segnato per primo restando in vantaggio per tutta la partita finchè l'Inter ha pareggiato a pochi minuti dalla fine. Jella.

- Sì, jella. Ma in attesa delle partite del pomeriggio vogliamo tornare ai giocatori che non giocano a calcio ma a pallone?Cosa volevi dire.

-Che ci sono giocatori soprattutto certi grandissimi che anche se sono professionisti pagati a milioni  danno ancora l'impressione di giocare più per divertirsi che per soldi. Prendi Francesco “Cippirimerlo” Totti.

-“Cippirimerlo?”

-Era il modo di dire da ragazzini quando giocando a pallone qualcuno più bravo di te dopo averti dribblato e magari anche segnato ti sfotteva portandosi il pollice al naso agitando le altre dita. Così è Totti e quel suo modo di alzare il braccio verso il cielo e portarsi il pollice in bocca dopo aver segnato non è altro che il suo cippirimerlo. Ma tutto il suo gioco è cippirimerlesco. Un gioco da mascalzone che ne sa una più del diavolo, che vede anche alle sue spalle come avesse un terzo occhio sulla nuca, che scarta gli avversari magari con un colpo di tacco e poi ti fa dei lanci da quaranta metri proprio sulla punta del piede del compagno mandandolo in gol. I suoi passaggi non sono passaggi. Sono regali che lui distribuisce ai suoi compagni a mani piene o meglio a piedi pieni. E quando infila il portiere avversario con il cucchiaio? Puro cippirimerlo per poi tornare a trotterellare a culo basso per il campo e a fare secchi  gli avversari come se neanche esistessero.  Il fatto è che lui si diverte, altrochè se si diverte. Robe così si vedevano solo sugli spiazzi della scuola. E così era Maradona, o il grande Baggio o, oggi, Pizarro e Miccoli e l'inarrivabile Messi che poi tra l'altro sono tutti giocatori più bassi del normale. Se ricordo bene anche i più bravi sugli spiazzi della scuola, erano più piccoli degli altri. Ti aggiravano e sgusciavano via svelti come missili e tu lì come un fesso a corrergli dietro come verso un treno già partito. Così certi giocatori bassi.  Più svelti e paraventi degli altri e a volte tanto più grandi quanto più sono bassi. E lui, Totti, è il solo giocatore che gioca come se fosse basso anche senza esserlo. E’ questo a farlo eccezionale. Roba coi suoi cippirimerlo da farti venire nostalgia di quando andavi a scuola che per me è il massimo della perversione.

-Insomma ami il calcio quando diventa pallone.

-Amo il pallone in se stesso. Il suo essere una sfera di cuoio che se la prendi a calci vola nel cielo come un uccello non offeso ma felice di volare. Ma ce ne sono altre di cose che amo nell’ adolescenza dei ragazzini e nel loro rapporto col pallone.

- Per esempio?  

- Beh, prendi quando sono seduti per terra a allacciarsi le stringhe delle scarpe. Lo fanno concentrati e laboriosi come stessero compiendo un’ impresa. A me un ragazzino seduto per terra che si allaccia le stringhe delle scarpe può commuovermi fin quasi alle lacrime. E’ come un momento di coraggiosa preparazione a camminare verso il mondo sconosciuto del suo futuro per cui è meglio che ti allacci bene le stringhe. Come fai a non commuoverti? E un'altra è un ragazzino seduto sul suo pallone a guardarsi intorno. Guardali. E’ come se già sapessero che su qualunque poltrona anche di prestigio potranno mai mettere il culo nella vita nessuna potrà mai valere quel pallone. E poi come ti dicevo prima c'è il pallone che vola. Ma questo è un altro discorso. Quello di Dylan Thomas.

-E allora dai, sputala fuori questa storia.

-No, sono le due e mezzo e cominciano le partite del pomeriggio. Se ne parla dopo.

 

 

-Come sono state le partite?

-Niente di che. La Lazio ha battuto la Sampdoria per cui è seconda in classifica. E' una cosa che mi fa piacere anche se sono romanista. Il karma della Lazio a differenza di quello della Roma che è perdente, è invece aggressività e velocità e a volte il confronto con la neghittosità da amante pigra della Roma mi sconforta un po'. Sì, la Lazio sarà anche una squadra un po' fascista ma certe volte non posso fare a meno di ammirarla. E poi c’è la Fiorentina che ha battuto 3 a 0 il Palermo del mio amato piccolo Miccoli, un assassino da un metro e sessanta ma che oggi aveva il mirino fuori squadra. Da un lato mi fa piacere che il Palermo abbia perso perchè ha un Presidente psicotico e divoratore di allenatori che merita di perdere. Invece riguardo la Fiorentina sono contento per “aereoplanino” Montella che si sta rivelando un grande allenatore capace di far giocare e segnare anche dei ciocchi grandi e grossi come Toni. E poi ha fatto rinascere Aquilani e messo in pista due fulmini di guerra come Jovetic e Cuadrado.  Cuadrado soprattutto. E’ una scheggia di bomba che non fai mai in tempo a capire dove vada. E poi Montella è stato così furbo da prendersi Pizarro scaricato dalla Roma di Zeman, cosa che a Zeman folle boero non perdonerò mai. Sì, mi piace, Montella. Dietro quella sua faccia da ragazzo perbene c'è uno che la sa lunga sul pallone e sa come dimostrarlo. Poi sulle altre partite non mi sembra ci sia molto da dire.

-Vuoi dire che possiamo riprendere il discorso su Dylan Thomas?

-E va bene. E' una faccenda che riguarda il pallone quando vola da un giocatore all'altro. Come ti ho detto mi piace quando il pallone solca il cielo sopra uno stadio. Fa pensare a un uccello che vola felice verso un appuntamento dove vuole o, almeno, vorrebbe andare. Ma che soprattutto è contento di volare. Ho una vecchia storia, in questo senso. Molto vecchia.

- Allora meglio tirala fuori prima che lo diventi troppo.

- E va bene. Risale alla Milano del dopoguerra quando giocavo tra le macerie delle case distrutte dai bombardamenti insieme ai miei amici figli di ladri. Tutti dei gran bastardi.

-Figli di ladri?

-Sì, finita la guerra e arrivando dall'Africa la mia famiglia era andata a abitare a Milano vicino a via Canonica che allora era una strada semidistrutta dalla bombe e molto malfamata. Tutti ladri a quel tempo, a via Canonica. Per cui gran parte di quelli con cui giocavo tra le macerie avevano padri e fratelli maggiori che entravano e uscivano da San Vittore come da un diurno. Io, anche se di famiglia borghese ero senza un soldo come loro e facevamo qualche spicciolo vendendo ai robivecchi quello che trovavamo tra le macerie ma niente che ci permettesse di avere un pallone e ogni tentativo di colletta si era rivelato insufficiente per cui giocavamo sugli spiazzi creati dalle bombe con un vecchio pallone di cuoio che da marrone era diventato grigio senza camera d'aria e imbottito di stracci. Quello il nostro unico pallone. Morto e così privo di ogni cenno di vita che ogni volta che lo calciavi il peso poteva slogarti una caviglia per poi, dopo un volo di al massimo tre metri, tonfare a terra immobile come una grossa e vecchia caciotta rifiutata anche dai vermi. Poi una sera d'estate, quando i portoni delle case restavano aperti fino alle dieci e tu ti sentivi già molto in gamba a stare fuori a giocare per strada fino a quell’ora della sera, avevo ricevuto una scatola da scarpe da un amico di mio padre che molto tempo prima mi aveva promesso un regalo. Non era mai arrivato e non ci pensavo più quando invece una sera era arrivata quella scatola da scarpe. E cosa c'era dentro? Un pallone! E mica un pallone qualsiasi. Regolamentare, numero cinque, di un mai visto bel giallo dorato e con un’invisibile camera d’aria che potevi gonfiare  infilando un ago in un foro dove gli altri palloni invece avevano chiusure con le stringhe che quando li colpivi di testa ti lasciavano bozzi rossi sulla fronte.

         Insomma un pallone fantastico, roba che poteva venire a trovarti solo di notte nei tuoi sogni più erotici. Roba che, dopo averlo gonfiato con una pompa da bicicletta anche quella nella scatola da scarpe, con dei colpi di stantuffo che venivano direttamente dalle mie tumultuanti pulsazioni cardiache, avevo preso tra le mani e avevo buttato sul pavimento di casa dove, dopo un tonfo cupo e caldo come l’abbraccio di tua madre, aveva avuto con uno stupefacente risultato. Rimbalzava! Allora pazzo di eccitazione lo avevo messo sotto il braccio per poi buttarlo giù per le scale del palazzo e raccogliendolo e baciandolo su tutti i pianerottoli finchè non ero arrivato in strada dove gli altri stavano giocando nel buio della sera d'estate. Se invece di un pallone fosse stata una bomba avrebbe avuto un effetto meno deflagrante. Entro due minuti tutti mi erano intorno spintonandomi finchè erano riusciti a strapparmelo dalle braccia per poi, con urla selvagge, cominciare a  prenderlo addirittura a calci!  Facendolo volare verso il cielo a malapena illuminato dai lampioni mentre io stavo a guardarlo apparire e scomparire tra la luce e il cielo scuro con il cuore trafitto da un coltello e che riprendeva a battere solo quando il pallone tornava a balzellare sul selciato. Avessero fatto volare a calci nel cielo dei lampioni anche il mio cuore sarei stato meno disperato perché almeno là tra il buio e la luce lui sarebbe stato insieme al pallone. Finchè finalmente ero riuscito a riafferrarlo e, dopo averlo baciato e stretto sul cuore, stavo già correndo verso il portone di casa aperto nella sera come verso il solo rifugio che avessi in tutto il mondo, quando lui mi era sfuggito dalle braccia. Da solo. Rimbalzandomi davanti sul selciato e allontanandosi da me come avesse voluto ancora continuare a volare verso il cielo dei lampioni. Solo allora, con la precisa sensazione che fosse lui a chiedermelo, avevo trovato il coraggio di dargli un calcio anch'io. Restando a guardarlo volare verso i lampioni con una stupefacente certezza. Che lui fosse felice! Ecco perchè ancora oggi mi piace vedere i palloni che volano sui campi di calcio. Perché so che sono felici.

-Molto nostalgico, quasi poetico. Ma Dylan Thomas?

-Dopo.  Ormai è sera, tra un’ora comincia la partita e voglio uscire a sentire se è aumentato il vento. Non so perchè ma la sento una sera come la sera di quel pallone e siccome se c’è un cosa certa nel mondo è che tutti i palloni sono uguali, voglio andare in piazza a vedere i tifosi che vanno allo stadio a guardarlo volare.

 

 

- Rieccoti qui. Com'era la piazza fuori?

- Quella delle grandi occasioni. In alto nel cielo scuro un paio di elicotteri a sorvegliare i dintorni dello stadio e nelle strade e sul ponte bianco sopra il Tevere cinquantamila tifosi a piedi o in macchina o su motorini con sciarpe e cuffie e bandiere giallorosse. E poi vigili a dirigere il traffico, auto della polizia sorvegliare il movimento generale, decine di bancarelle con magliette e bandiere e chioschi a vendere birre e panini con la porchetta. Tutti comunque a comprare la fantastica pizza del Dolce Forno all'angolo della piazza o fare la coda da Luigi e Giovanni, i tabaccai, per poi mangiare pizza o succhiarsi nervosamente sigarette camminando a sciami verso lo stadio che con le luci accese sembrava dentro una aurora boreale. E poi tram e autobus fermi ad aspettare i tifosi con burocratica fedeltà per riportarli a casa dopo la partita e tutti i conducenti con le radioline accese. Ecco come era la piazza. Una grande e tesa eccitazione moltiplicata per cinquantamila, conducenti di tram e autobus compresi. Unico rimpianto, stavolta chissà perché sì, non essere con loro a guardare i pallone volare nell'aurora boreale dello stadio.  Ecco come era la piazza.

-E tu?

- Io ho guardato la sera succhiandomi il dito fino a scarnificarlo per sentire il vento e guardando il fiume che scorreva lucido, scuro e tranquillo. I fiumi la sanno troppo lunga per preoccuparsi di qualsiasi cosa.

- E com’era il vento?

-Debole da Nord.

- E poi?

- Poi sono tornato indietro verso casa solcando all'inverso il fiume di gente che andava verso lo stadio. Dicevano che Burdisso andrà forse in Inghilterra, che De Rossi gioca avendo, forse, fatto pace con Zeman e che Totti farà da punta arretrata dietro Osvaldo e Lamela. Quanto al Milan il solito Milan temibilmente berlusconiano contro i cinquantamila romanisti innamorati pronti a essere delusi che andavano a sedersi sugli spalti. Ecco come era là fuori.  Poi ho comprato birra e un panino con la porchetta e sono tornato qui a mangiarlo e a bere la birra nel bicchiere, visto che nessun tifoso può vedermi e discriminarmi perché non la bevo a canna. Ecco cosa o fatto. E adesso basta, adesso voglio solo la voce dei commentatori, vedere il pallone volare sullo schermo del Philips e godermi il silenzio del giardino del palazzo immerso nella notte. Terrò le tende delle finestre aperte per avere un po’ di luce. Ci sono dei lampioni, tra le palme del giardino.

- Allora, gradi 11, umidità 66 per cento, vento debole da Nord e via andare?

- Esattamente, e adesso vuoi tacere? C’è il maledetto fischio di inizio.

 

 

-Ci sei? La partita è finita. Allora, ci sei?

-Ma sì, ci sono, ci sono! Ero solo uscito a guardare i tifosi che uscivano dallo stadio. Camminavano a frotte basiti come automi e gli occhi sbarrati. Quattro a due per la Roma! QUATTRO A DUE! Quell'imprevedibile bastardo di Zeman l'ha fatta giocare da Padreterno e la vecchia amante bastarda questa volta si è fatta afferrare da tutti i suoi cinquantamila amanti e se li è fatti tutti uno per uno in un partouze collettivo che neanche fosse stata Marlene Dietrich nei suoi concerti per le truppe sui fronti di guerra. Totti ha giocato come fosse uscito da scuola dopo cinque ore di economia domestica e era scatenato facendo segnare Burdisso, Osvaldo e due Lamela. Lo hanno travolto, il Milan, altro che storie. Poteva finire quattro a zero porca puttana se il Milan non ne avesse fatti due solo negli ultimi minuti. ECCO DUNQUE COSA ERA IL VENTO DEBOLE DAL NORD!  ERA IL MILAN! Fantastico.

-Sei gol. Beh, evidentemente il sacco di Babbo Natale era grosso.

-Come no, come un magazzino.

-Contento del regalo  di Natale?

- Beh, e come dovrei essere. Diciottesime giornate come questa rimettono al mondo. Ma adesso ti mollo, ho fretta di mandare un messaggio di condoglianze a Philip Bologna toscano milanista.

-E te ne vai così?E Dylan Thomas?

- Chi? Ah sì, il vecchio Dylan e quella sua faccenda sulla palla.

- Sulla palla?Insomma, ti decidi a dire cosa diceva?

- Sì, come no. Basta che facciamo presto. Sono i due versi conclusivi di una delle ultime poesie scritte quando lui già era famoso ma non per questo aveva smesso di abbonarsi a quelle sbronze che alla fine lo avrebbero ammazzato.“ La palla che da bambino ho lanciato verso il cielo ancora non è tornata indietro”.

-Così diceva?

-Così diceva.

-Non ci credo. Bella frase. E perché ti piace. Perché quel tuo fantastico pallone che volava tra i lampioni  non è ancora tornato indietro?

- E che ne so. Tu prendila come un regalo di questa diciottesima. E adesso vattene e lascia le tende aperte che voglio vedere la luce dei lampioni tra le palme del giardino e adiòs sia a te che a Babbo Natale. Più niente da dire neanche su di lui. Brava persona, dopotutto.

 

G.C.

 

 

 

La mia vita era un fucile carico, Emily Dickinson

 

La mia vita era un fucile carico

appoggiato in un angolo

poi un giorno il suo padrone passò

mi identificò e mi portò con sé.

 

Adesso vaghiamo per boschi sovrani

e diamo la caccia alle cerve

e ogni volta che parlo per lui

le montagne rispondono pronte.

 

E quando sorrido una luce cordiale

brilla sulla vallata,

come se un viso vesuviano

potesse provare piacere.

 

E quando di notte passata una buona giornata

proteggo la testa del mio padrone

è meglio che condividere con lui

un profondo cuscino di piume.

 

Al suo nemico io sono mortalmente nemico

nessuno fa mai un'altra mossa,

quando lo fisso con occhio giallo

o un pollice imperioso.

 

Per quanto più a lungo di lui io possa vivere

egli deve vivere più a lungo di me

perchè io ho solo il potere di uccidere

ma senza la capacità di morire.

Emily Dickinson 

A onore delle armi - una apolgia, Sandro Bajini

 

 Ai dardi della guerra troiana; alle frecce, avvelenate e no, degli altri popoli; alle clave; ai frangicapo; alle mazze ferrate; a tutte le spade, purché non siano di Damocle; alle daghe dei Daci; alle baionette; alle scuri e alle bipenni; alle draghinasse; alle mannaie; alle misericordie; ai pugnali; alle sciabole; alle scimitarre; alle alabarde; ai brandistocchi; ai mazzafrusti; agli arieti; alle catapulte; alle lance; alle picche; alle ronche; alle serpentine; alle zagaglie; alle ghigliottine; ai temperini, che nella loro modestia possono sempre tagliare una carotide;a tutte le armi nate dopo l’invenzione della polvere da sparo;a tutte le armi che si valgono della scissione dell’atomo; a tutte le armi chimiche.

 

 

Anche la Niña la Pinta e la Santa Maria

hanno scoperto che il Nuovo Continente

non si raggiunge senza un mezzo

adeguato.

 Cristoforo, d’accordo,

 ma a quei legni impeciati

 si deve pure un po’ di gratitudine

 che avrebbe fatto Annibale

 senza elefanti?

 Cleopatra ha trovato comodo

 avere un aspide a disposizione

e che dire della cicuta

che rese felici Anito e Meleto e Licone?

Gli uomini sono ingrati,

si fanno fuori

senza ringraziare nessuno,

onorano la guerra da millnni

 e non pensano a ciò che la rende possibile,

 all’orchestra che esegue l’eterna sinfonia

 dei morti ammazzati …

 Che sarebbe la guerra senza le armi?

 un alterco

 di comari al mercato

 una rissa fra diplomatici

 o se va bene una penosa

 sequela di spedizioni punitive.

 Chi oggi come oggi vorrebbe

 un ritorno alle frecce col curaro,

 ai duelli

 con la clava?

 Sarebbero dolorose rinunce,

 tutto un procrastinare,

 un attendere tempi migliori,

 non sai quant’è più comodo trovare

 missili e carri armati fin che vuoi?

 E arnesi di tutte le fogge che possono

 esplodere ad un cenno,

 accendere il fuoco a distanza

 e rispondere senza imbarazzo

 all’eterna domanda che l’uomo si pone:

 come possiamo ucciderci fra di noi

 non uno dopo l’altro ma in una volta sola

 e in numero soddisfacente?

 

Ma l’uomo dissimula appena può,

 chiuso in un pavido silenzio.

 Davide che lancia il sasso e nasconde la fionda

 non il è suo forte la coerenza

 e lascia languire persino il rancore,

 l’odio che tanto amava 

 può uccidere Lev Trotzkij in Messico

 e dire che lo ha fatto per caso

 un giapponese di passaggio.

 Nessuno

 disprezza la guerra come chi la fa

 come chi la fece e chi la farà,

 a nulla vale

 la vostra fedeltà,

 armi di terra di mare e dell’aria

 d’ogni foggia e d’ogni peso,

 minuscole o imponenti,

 rinoceronti o sorci di cantina,

 costosissimi o di prezzo risibile,

 a nulla vale la vostra

 dedizione a prova di bomba,

 voi che non sapete cosa sia

 l’obiezione di coscienza

 e nelle vostre tane

 in trepida attesa rimanete pure

e disposte alla transizione

 dalla potenza all’atto

 per uscire dall’inerzia che vi fa arrossire

 (così arrossisse l’uomo per la sua ingratitudine)

 dalla schiavitù dell’ozio

 dall’angoscia

 di sentirvi inutili (ah la tristezza

 di un cingolato fermo da anni!)

 e per essere voi stesse,

 poiché soltanto nell’azione

 vi è concesso di vivere,

 e vivendo compiere l’alta missione

 a cui siete chiamati,

 e immutato è il vostro fervore

 e diuturna la vostra indifferenza

 alla fatua domanda

 se siano le guerre a determinare la vostra esistenza

 o la vostra esistenza a determinare le guerre.

 Attendete il cenno dello starter

 per mettervi al servizio di tutti

 senza razzistiche discriminazioni

 fra guerre di conquista e guerre difensive.

 Anche le guerre giuste

 alleggeriscono gli arsenali

 tutte

 portano il loro obolo e sono benvenute

 poiché un’arma non è qualcosa

 che si confeziona lì per lì,

 un missile non si fa da un giorno all’altro

 e bisogna essere pronti alle richieste,

 meglio una produzione

 approssimata per eccesso

 che rispondere non ne abbiamo

 a chi ti chiede un carro armato,

 così dice l’anacoreta

 che nell’antro di Vulcano

 lungi

 dalle pompe del mondo

 dalle trombe

 della pubblicità

 senza risparmio ed a ragion veduta

 in potenza vi forgia e nell’ombra rimane.

 

 Ma il tacito grido di dolore

 che s’alza dagli arsenali e corre il mondo

 nessuno ascolta

 e farete altre guerre e nessun riconoscimento

 vi toccherà

 e dopo millenni di servizio ineccepibile

 ancora una volta si registrerà

 il colpevole oblio della Storia:

 dopo le Puniche

 e quella dei Cent’anni

 (ah le fascine che incenerirono Giovanna!)

 e quella dei Trenta e quella dei Sette

 e quelle dette mondiali, le ultime

 le più vicine al cuore di tutti,

 che hanno permesso Auschwitz e il grande fungo

 di Hiroshima,

 come non pensare a un’eroica missione

 dell’uomo ulisside?

 E il merito fu tutto vostro

 ma vi ignorarono i governi,

 nulla vi fu concesso

 non dico un diploma d’onore

 ma un cenno, una quisquilia un grazie mille

 e vinse come sempre l’impostura.

 

 Ora sappiate che in solitudine

 in un angolo del globo

 dice le vostre lodi un derelitto

 senza fare distinzioni

 (poiché la più modesta delle carabine

 vale il cannone a lunga gittata

 nessuno

 è democratico come un’arma letale)

 ed egli cerca in una vostra ancella

 l’emblema che vi rappresenta.

 Ed è la particola di piombo,

 quel grumo di Parca che investe il nemico

 secondo vostra delega

 così come la fantesca

 spolvera in luogo della signora la consolle,

 ed una ne elegge, il vostro cantore,

 fra quelle che a egregie cose furono chiamate

 con ciò sia che uccidere

 a Monza il monarca Umberto I

 o nel ’15 sul fronte italiano

 Renato Serra uomo di lettere

 o John Fitzgerald laggiù nel Texas,

 siccome è d’uso con i Presidenti,

 o a Memphis il più eretico

 dei due Martin Lutero,

 o ancora Charles Peguy sulla Marna,

 altro uomo di penna e di fede,

 non è come far fuori un qualsiasi caporale

 o un terrorista peruviano.

 

 A te dunque l’onore o rondinella

 (non oso chiamarti pallottola che meglio si addice

 a patata novella od oliva ascolana)

 che a Viznar nel trentasei

 hai messo in croce il bambino di Fuentevaqueros!

 Uccidere è un dovere,

 sei nata per questo

 ma non è da tutti costringere

 all’afasia dei morti chi ha cantato

 il Guadalquivir delle stelle.

 Si sa potevi avere un altro destino,

 finire nel miocardio di un quidam

 capotribù africano o spia d’estrema destra.

 Ti è andata di lusso,

 ringrazia

 l’involontaria volontà dei dadi

 e non eri nemmeno sola,

 solitamente agisci in compagnia

 poiché in tante l’effetto è più sicuro

 e si fa festa insieme

 vuoi mettere?

 Una raffica

 è come nel coro delle clarisse, l’infilata

 di perle d’argento che conclude il mottetto,

 ma niente gelosie

 una per tutte e tutte per una

 e il destino andaluso ha scelto te,

 il destino che è grazia

 lo si sa,

 in ogni sguardo di benigna stella

 c’è la notoria mano onde non cade foglia,

 nessuno dunque è degno come te

 di entrare a vele spiegate nella Storia

 che i nomi immortala …

 Già ma il tuo qual è?

 Il nome, il nome solo denota gli eroi,

 tu sei come la vergine Camilla

 Clorinda pluriarmata o strepitosa Brunhilde

 ma nessun pope ti ha battezzata

 Agnese o Elisabetta o Loredana o Giuditta,

 non ti si addice che un mausoleo

 sull’esempio del Milite Ignoto,

 ma come ritrovare

 un souvenir di piombo a Viznar

 da porre nel sacello?

 Da chi avere il permesso?

 Lasciatemi gridare nel deserto

 del mio interiore alzabandiera

 mentre la solita brezza

 triste per chi lo vuole oppure allegra

 passa per l’uliveto.

 

Sandro Bajini