Frontiere, G.C.

( per il catalogo del Festival delle Frontiere Bari 2011)  

      Non a tre anni al porto di Taranto dove ero sbarcato da una grande nave bianca che aveva circumnavigato l'Africa per sbattere me, mia madre e i miei fratelli nel grande caos italiano dell'otto settembre 43, il primo concetto di frontiera. Passo ancora troppo vacillante,occhi troppo stupefatti e mondo troppo vasto e indecifrabile per avere concetti. Circa quattro anni dopo, il primo  concetto di frontiera. Al ritorno dalla guerra del mio vecchio, alto e robusto come una quercia nonostante i cinque anni di prigionia nel deserto egiziano, coi possenti muscoli tesi sotto la divisa sdrucita come pronti a qualsiasi altra avventura e una copia logorata e con tracce di sabbia tra le pagine de Il Vagabondo delle Stelle di Jack London chiusa nello zaino. Con alle spalle una famiglia triestina, una nascita in Grecia, una giovinezza a Milano e poi i deserti e gli altopiani d'Africa e  grande narratore orale -  un vero Omero in grigioverde con il dono di una voce capace di far vedere cosa diceva - era stato la sera stessa del suo arrivo seduto sulle sue ginocchia mentre raccontava ai vicini di casa la sua vita e la sua guerra che avevo cominciato oscuramente a intuire che le frontiere potessero essere non solo luoghi geografici con sbarre e guardiani ma anche eventi della vita a cui dare la caccia per poi poterli raccontare.
    Come nel London chiuso nel suo zaino dove un prigioniero sopravviveva a una camicia di forza ogni volta perdendosi nel tempo e rivivendo le sue vite precedenti, stando a quello che più avanti avrei letto nel libro con la sabbia tra le pagine.
    Quindi a sei o sette anni e sulle sue ginocchia il primo nebuloso concetto di  frontiere ereditando da lui - come un giovane cane gli istinti del padre - un genetico impulso di razza a oltrepassarle e raccontarle e trovandone dovunque dato che, come avrei scoperto presto, per i cacciatori di frontiere la vita è sempre altrove. Da lì la tragedia della scuola fin da bambino a causa dell'invincibile propensione del mio sguardo a distogliersi dalla lavagna e puntarsi verso le finestre dell'aula come per sentire anche con gli occhi le storie che il vento portava nelle strade di Milano dopo essere passato tra le case diroccate dai bombardamenti. Per poi, dopo le promozioni d'ufficio delle elementari, trovarmi davanti alle ripetute bocciature delle medie e delle superiori in scuole continuamente cambiate in cerca di quella adatta a me tra cui perfino un istituto tecnico per periti chimici finchè, a diciassette anni incastrato e umiliato nei banchi di un istituto magistrale tra compagni di classe di tre anni più giovani di me, avevo effettuato il mio primo passaggio di frontiera. Nel sole invernale di una mattinata milanese che illuminava la scalinata dell' istituto magistrale mentre, tagliata la corda in un intervallo delle lezioni, scendevo i gradini stringendo tra i denti il giuramento di non mettere mai più piede in una scuola e andare invece a caccia della sola cosa che mi interessasse. Raccontare storie, e non solo a voce come il mio vecchio, non avevo la sua capace di fare vedere cosa diceva,  ma scriverle su carta come le divinità scoperte nei miei vagabondaggi extrascolastici sugli scaffali della biblioteca americana dell'USIS.  I Saroyan, gli Hemingway, i Thomas Wolfe, i Fitzgerald, i Miller, i Faulkner,  i Dos Passos. E pagare loro - battendo sui tasti di una macchina da scrivere rubata negli uffici di una delle scuole che mi avevano bocciato calandola da una finestra con una delle funi della palestra - il debito che avevo contratto con loro ereditando lo stesso gusto di attraversare frontiere e raccontarle.
    Solo la prima di una serie, la frontiera passata scendendo la scalinata battuta dal sole del mattino milanese. La seconda sarebbe avvenuta dopo la rottura  dei rapporti in famiglia - compresi quelli con il mio stesso vecchio a causa della mia diserzione dalla scuola - con  la decisione, nel tentativo di darmi un minimo di rispettabilità sociale, di iscrivermi a un corso di giornalismo dell'Università di Urbino. Decisione che però necessitava dei soldi per l'iscrizione e i libri e che alla fine avrei fatto coi Buoni Palmolive. Vale a dire certi tagliandi sconto per cosmetici e detersivi che - insieme ad altri vagabondi di strada come me e comunque i soli con cui avessi qualcosa da dire - andavo a infilare nella caselle postali dei palazzi superando l'ottusità  pubblicitaria  di nerboruti portieri milanesi.

      Finchè, raccolta la somma necessaria, avevo potuto affrontare il primo di numerosi viaggi nella ventosa Urbino. In autostop, per risparmiare sul biglietto del treno, e della durata di circa dodici o quattordici ore con lunghe soste anche con pioggia e vento ai bordi delle strade fino all'arrivo a destinazione per soggiorni la cui durata sarebbe stata determinata dai poker coi compagni di corso nel silenzio delle notti del bar della Casa dello Studente.  
    Così la vita alla frontiera di Urbino. Con soggiorni guadagnati notte dopo notte fino al colpo di tram di un amore per una ragazza di Pesaro. Bella, ribelle, da raggiungere ogni giorno con altri autostop per poi infrattarmi con lei negli angoli nascosti della costa davanti al mare della sua città fino alla pratica decisione, per evitare i quotidiani andirivieni in autostop, di smettere con le frequenze del corso e studiare da solo in una stanza sul porto. Dormendo su bernoccoluti materassi stesi a terra insieme a due imbianchini di cui uno pugile dilettante e sostenendo la mia fame di frontiere con le vitamine e le proteine delle insalate e delle mortadelle di una mensa per indigenti dell'ONARMO. La possibilità di integrare i pochi soldi che la ragazza di Pesaro mi passava lavorando da un ferramenta, a farmi decidere di cercare di fare qualche altro con le cinquemila lire che l'imbianchino pugile prendeva per ogni incontro. Da lì duri allenamenti - dilettanti o no erano pugni veri quelli dentro i guanti incartapecoriti e puzzolenti di sudore che passava la palestra - in una vecchia chiesa sconsacrata dove era stato montato un ring. Il tutto finchè insalata e mortadella avevano presto mostrato la loro insufficienza per sostenere un pugile e ero stato messo fuori combattimento non da un avversario - cosa che da subito ero stato pronto ad accettare -  ma da una pleurite che mi aveva rispedito a  Milano per essere ricoverato in ospedale.
    Per cui,  data a quel punto la  sconsigliabilità di viaggi in autostop, materassi sui pavimenti di stanze sui porti e mense per cacciatori di frontiere indigenti, interrotto il corso e data per definitivamente superata la frontiera di Urbino, era stato a Milano che, per  guadagnare soldi in altri modi che non fossero  i Buoni Palmolive,  avevo dato inizio ai tentativi di entrare in un giornale. Più di un anno di porte sbarrate, poi un apprendistato gratuito di notti al Guerin Sportivo, poi il ruolo di negro per il corrispondente milanese de Il Mercoledì  di Bari e, infine,  l'assunzione nella redazione di  un settimanale di programmi televisivi, Settimana Radio TV, che necessitava di un corrispondente a Roma dove nessun altro redattore voleva trasferirsi.
     Quella, dopo la scalinata nel sole della mattinata milanese e i viaggi a Urbino, era stata la frontiera delle frontiere. Quella che, come avevo  saputo subito, avrebbe aperto tutte le altre della mia vita capendolo fin dalla sera stessa dell' arrivo alla stazione. Scendendo da un treno con due valigie piene di libri e dattiloscritti di racconti in una notte di febbraio solcata da una feroce tramontana che, dopo aver ben bene spazzolata la città, il mattino dopo me l'aveva offerta con tutti i suoi decrepiti e secolari monumenti sfolgoranti sotto il cielo più azzurro che i miei occhi di ventenne avessero mai visto. Era, come avrei imparato presto, il complice e beffardo modo della città di mettersi a disposizione del tuo legittimo desiderio di felicità senza mai concedertela. Vale a dire offrendoti qualsiasi tipo di frontiera togliendoti qualsiasi voglia di cercarne altrove. Da lì, nei folgoranti mesi che erano seguiti, l'immediata, devastante voglia di buttare via qualsiasi racconto scritto precedentemente e mettermi a scrivere della sua beffarda complicità e inafferrabilità in un romanzo con una precisa conseguenza. Il rifiuto - quando dopo sei mesi il settimanale non aveva più potuto permettersi un corrispondente a Roma - di tornare a Milano e restare invece tra i suoi vicoli e raccontandoli.  A qualunque costo. Anche un paio d'anni di tentativi di passaggi di frontiere alternative - venditore di pubblicità nelle cabine dei telefoni a gettone, rappresentante di cavi elettrici per candeline natalizie e perfino piazzista di sostegni di plastica per reggere le scarpe nelle vetrine dei negozi di calzature - con  conseguenti mesi di autentica fame per me, la ragazza di Pesaro, la figlia di due anni che la città intorno e la nostra giovinezza ci avevano stupendamente regalato e un cane lupo randagio denutrito come noi che non avrebbe mai avuto altro guinzaglio che una corda. Tutti e quattro comunque con una totale certezza. Che prima o poi quello che la città ti prometteva sarebbe stato mantenuto e, insieme, perfettamente consci che la felicità era già quella.
    I primi soldi, pochi, erano arrivati con il passaggio di frontiera di un giornale comunista. Io non lo ero - io ero solo un maledetto scrittore e basta - ma gli altri del giornale, dall'invitante nome di Vie Nuove e troppo indipendenti per essere ben visti dal Partito, erano tipi fantastici e il mio non esserlo era stato per tutti un trascurabile dettaglio. Quattro anni da giornalista giovane e felice, su quelle poi naufragate vie nuove.  Fino all'arrivo, con l'incalzare della linea d'ombra dei trentanni - quella sì una vera, inevitabile frontiera -  della  certezza di non avere  più tempo da perdere se volevo diventare uno scrittore. La fuga dal giornale mi aveva visto far crepitare la macchina da scrivere in una stanza affittata - le strade allora erano piene di cartelli affittasi - nel quartiere dentro l'ansa del Tevere che attorniava la più stupenda delle piazze della città, piazza Navona. La macchina da scrivere crepitante nel mio fare da negro a un famoso sceneggiatore che mi convocava a casa sua per raccontarmi storie di film che poi io scrivevo e riuscendo così a far mangiare la ragazza di Pesaro, una gatta randagia nera chiamata Mona come l'eroina della Rosea Crocifissione di Henry Miller e la stupenda bambina di ormai  sei anni che guardandomi stupendamente mi faceva capire che, qualunque tipo di pazzo io fossi, per lei andava bene. Finchè, avendo qualcuno della Rai letto un mio racconto su quel grande giornale che era Il Mondo,  mi avevano chiamato a  scrivere i loro romanzi sceneggiati.
      Il lavoro di sceneggiatore aveva due lati  positivi rispetto al giornalismo comunista. Essere  pagato meglio per quello che scrivevi e la possibilità, tra una sceneggiatura e l'altra, di scrivere quello che volevi scrivere davvero. Cosa che avrei fatto fino alla fortunosa - come sempre per i primi romanzi - pubblicazione del libro  che avevo sempre voluto scrivere, L'Ultima Estate in Città, e dove la città in questione era quella che mi aveva beffardamente catturato. Sembrava fatta. Riuscito a passare la tremenda frontiera senza custodi - e forse proprio per questo terribilmente solitaria - che avevo scoperto fosse scrivere un romanzo, ero certo che ne avrei scritto subito un altro continuando così felicemente a pagare il debito con il mio vecchio e le mie altre personali divinità. Non sarebbe stato così. Come per una angustiante, lunga vendetta di un dio oscuro e ostile ci avrei messo molti anni a trovare il linguaggio giusto per scrivere il secondo. Una invalicabile frontiera a sprofondarmi in un personale abisso - e Privati Abissi sarebbe stato alla fine il titolo - dal quale sarei uscito a tratti con un libro di racconti, Posta Prioritaria e, per cercare di fare qualcosa di più vicino possibile al romanzo che non riusciva a nascere, scrivendo per il teatro fino al punto di fondarne uno rimettendoci tutti i soldi guadagnati con le sceneggiature pur di mettere in scena le mie storie. Con intorno la città  a osservarmi come sempre inafferrabile e beffarda. Lei, la mia frontiera delle frontiere prima dell'ultima. Quella  non raccontabile. O comunque  quella da cui nessuno per lo meno degno di fede è mai tornato indietro a  raccontarla.
     Tranne il Jack London de Il Vagabondo delle Stelle.

G.C.

 

Schermaglia con Ceronetti sulle Ecclesiaste, G.C.

 

 

IL MONDO 26 luglio 1973 pag.18

UN CANE VIVO E' MEGLIO DI UN LEONE MORTO

Strenua domanda: chi è Qohélet?


II lettore dell'Ecclesiaste nella versione italiana di Ceronetti viene travolto e umiliato dall'arcana sapienza dello specialista ma può succedere che  riporti a galla un inaspettato incontro con Jack London

 di Gianfranco Calligarich

  

    Nella letteratura, come nella mala, ci sono gli specialisti. Toccati da una vocazione misteriosa, questi angeli sinistri non hanno niente da spartire con nessuno e vivono appartati con le loro manie in attesa d'essere chiamati a far saltare le casseforti piu irriducibili. Spesso, in letteratura, sono traduttori di lingue oscure, meglio se sepolte. Prendete Ceronetti. Quale boss delI'editoria potrebbe, ad esempio, mettersi in testa di scassinare l'Ecclesiaste senza rivolgersi a lui? Ora, io non so se Ceronetti sia un angelo sinistro, a conti fatti è più destro, ma trovarsi ad affrontarlo in un posto isolato, in riva al mare, come e successo a me, è un'avventura così frustrante che forse non sarei qui a raccontarla se il caso, come nei gialli migliori, non fosse intervenuto a salvarmi. II fatto è che mi serviva un titolo e un pò di tranquillità. Roma d'estate è una sentina di tentazioni per chi debba lavorare e così per tenermi lontano  da tennis e cene con gli amici, decido di fare i bagagli e di trasferirmi in una località amalfitana senza portarmi dietro niente da leggere se non l'edizione einaudiana dell'Ecclesiaste. Quale lettura migliore per trovare un titolo? Lo sapeva bene anche Hemingway e così eccomi  davanti al mare intento a frugare in Qohèlet Il senso di frustrazione è immediato. Dov'e la celebre frase " tutto è vanità " ? Ceronetti traduce " tutto è miseria " il che è un pò misterioso, messo in bocca a Salomone che ha accumulato tesori d'ogni genere, d'alloro alle donne. Ma bisogna lasciar fare allo specialista, una ragione ci sarà e chiedo aiuto alla prefazione cadendo nel terrore. Sono ventidue pagine fittissime di riferimenti e citazioni. La sua spiegazione del poema di Qohèlet sembra il codice segreto di chi si trovi in contatto con qualche indecifrabile divinità. Già l'attacco è di una mancanza di introduttività umiliante: "  Nel testo greco delle scritture è stata conservata una linea di caduta, si pensa per un errore di copista, dall'ebraico massoretico, nel punto finale della consacrazione a YHWH del tempio di Gerusalemme. "Punto e a capo, nient'altro. Com'e che non so niente ne' dell'ebraico massoretico ne' del punto finale della consacrazione a YHWH del tempio di Gerusalemme? Dovrei saperlo. E' chiaro che dovrei saperlo. Ceronetti lo dà per scontato.

     II senso di frustrazione aumenta paurosamente perchè subito dopo mi rendo conto che c'e di peggio. Non so neanche chi sia Qohèlet, l'autore del poema. Ceronetti deve conoscerlo benissimo, perchè scrive: " Dettò in pochi giorni il suo poema, perfezionando la finzione del suo Salomone parlante con l'attribuirgli la paternità del manoscritlo, gioco lecito che piaceva a chi sapeva e che avrebbe indotto a credere chi non sapeva". Chi sapeva cosa? Come stavano le cose? E quali cose? Ceronetti non si preoccupa di dirlo, per lui è tutto chiaro, al punto che sa anche cosa c'e di apocrifo nel ritratto di Salomone perchè aggiunge che Qohèlet " introdusse due cose " nel ritratto del Re e poi rimanda in fondo alia pagina dove una nota dice: " O tre. Chi sa se iI "naar qathòn" (piccolo bambino) di I Re 3.7 incapace di uscire e di entrare, è sotto al "ièled miskhèn v' chakhàm" (bambino misero e sapiente) di Eccl. 4.13? Qui 4.16 parla di un popolo infinito, là 3.8 di popolo cosl grande da non potere essere contato ". Che. secondo me, è una nota che non illumina molto nonostante le parentesi con le traduzioni e anzi lascia l'angoscioso interrogativo per la differenza che può esserci tra popolo infinito e popolo che non può essere contato.

     Tutto questo comunque non chiarisce chi sia Qohèlet. Eppure Ceronetti lo sa. Ne conosce perfino il segno astrologico, mi pare di capire, nel momento in cui scrive che: " Quest'uomo non era nè ricco nè povero, nè largo nè tirchio... nato nel mese di Elùi, stagione della sua menghillà, sotto il segno dei meticolosi, degli equilibrati e dei sensibili, è il virginiano esemplare ". Non solo, ma gli analizza il nome in questi termini: " In 12.8 Qohèlet-persona è "il" Qohèlet e anche in 7.27, dove it testo attacca la "he" dell'articolo ai verbo che lo precede femminilizzandolo... La presenza dell'articolo rende incerta la sua interpretazione del nome come permutazione cifrata delle quattro lettere di Salomone (s-l-m-h = q-h-l- i); ne risulterebbe "il" Salomone ". Poi, in una nota a fondo pagina, dice che però in quel modo San Gerolamo chiamava anche iI Cristo. Questo non vuol dire poi molto, direi, e la cosa più chiara, fino a questo punto, è che c'è il sospetto che Qohèlet sia Salomone. O no?

     Ceronetti continua dicendo che Rimbaud avrebbe individuato un antiqohèlet, che Spinoza lo chiama il Filosofo e che Leopardi lo identifica senz'altro con Salomone. Per quello che riguarda i rapporti tra Qohèlet e Guicciardini e Qohèlet con Villon si è rimandati alla fine del libro in alcune lunghe note. In ogni caso non si sa be ne chi sia l'autore dell'Ecclesiaste. Ceronetti però ha una sua idea e la espone in questi termini: " La radice araba k-h-l, arrivare all'eta matura, può dare luce ", e a questo punto trattengo a stento l'esultanza ma ne ho per poco perchè: " la qof ebraica di q-h-l surrogherebbe la khaf di k-h-l e il senso ci avvicinerebbe a haqqohèlet come iI Maturo, il Vecchio (ar. kuhulah) una parola palinsesto ebraico-araba difficile da giustificare, ma affascinante ". Ed è il fascino poco giustificabile di questa parola a far giungere il senso di frustrazione a livelli insopportabili. Perche se avessi dato retta a mia madre, se l'avessi presa, quella laurea, a quest'ora forse potrei capire il fascino poco giustificabile delle parole palinsesto. Ceronetti, crudelmente, insiste e, in un momento di chiarezza ancora più agghiacciante, esibisce le sue credenziali: " Sette redazioni di questo testo - la semitica Totalità,  interlineare, in prosa, in versi, durante quindici anni, sono, a Qohèlet, il mio tributo di gratitudine. Ma potrei vecchio (o Vecchio, se diventassi) - e farei bene - rifare tutto ".

     Ora, io non so se Ceronetti diventerà vecchio, è probabile perchè chi si azzarderebbc ad avvicinarglisi abbastanza per impedirglielo? Glielo auguro senz'altro, ma francamente l'idea che possa ritornare sull'Ecclesiaste un'ottava volta mi sembra un'esagerazione anche per un irriducibile specialista come lui. Quale funambolismo è ancora possibile? Quale radice greco-araba-ebraica potrà escogitare per dire che non si sa chi sia Qohèlet? Ed è a questo punto che, coi nervi a pezzi, abbandono l'impresa e cerco, nelle sue parole, l'interpretazione definitiva del poema. Li trovo a pagina 13: " ... dire che un cane vivo è meglio di un leone morto è un'altra bella figura di abbassamento, perchè chi non sa che nella gerarchia fissata dalla natura e dalla ragione, prima del cane vivo c'è, anche morto, il leone? ... Qohèlet sa che il cane ama il suo vomito e che dal leone morto esce il miele, eppure loda la vita svuotata più della morte piena ".

     Adesso, la frustrazione si trasforma in panico. Cosa avrà inteso dire? La chiarezza della frase è senz'altro sibillina. Non ci sono riferimenti, nè parole in arabo, nè possibilità di interpretazioni ulteriori. Solo in casa, tendo l'orecchlo per sentire i passi dello specialista che sl allontana dopo avere inferto il colpo più misterioso. Capisco che non posso andare oltre se voglio salvarmi dalla morte per umiliazione e chiudo il libro. Quello che mi serve è un antidoto, qualcosa da leggere che sia alla mia portata. Mi precipito fuori casa, verso il paese più vicino. Ed è qui che, in un'edicola malridotta e fuori stagione, coi giornali del giorno prima e alcuni pockets incartapecoriti, il caso mi viene in aiuto. Un pocket di Longanesi mi attira con il volto biondo e sgargiante del suo autore. Sulle prime lo prendo per Fitzgerald, poi mi rendo conto che è Jack London. Il libro è uno dei suol minori, Il lupo del mare, che ho letto da ragazzo. Lo ricordo vagamente. Tutti ricordano London vagamente. Lo afferro e torno a casa. Senza sapere ancora di avere in mano la soluzione delle mie tristezze, mi metto subito a leggere.

     Vecchio London! Già il suo attacco mi fa mettere più comodo sulla poltrona: " Per dire la verità non so da che parte cominciare il racconto delle mie avventure ". E poi via a raccontare, con la gioia di avere qualcosa da dire e nei termini più banali, distesi, amichevoli, da quel buon specialista in niente che era lui. Nel giro di un'ora sono a pagina 102 e il senso di frustrazione è scomparso e al suo posto è subentrato perfino un vago senso di superiorità. L'aggettivazione non è davvero un gran che, e il senso della sintesi? Dov'e il senso della sintesi? Leggerlo lo si legge, ma la fa un po' lunga per raccontare la storia dell'intellettuale che va per mare e che, dopo un naufragio, viene salvato dalla nave di Lupo Larsen, un ignobile individuo che, a momenti, strozza il protagonista con una mano sola.

      E sto pensando al senso della sintesi di Jack London quando mi ritrovo in posizione verticale convinto di avere ripreso in mano Ceronetti. Ecco: " Una sera scoprii Lupo Larsen che leggeva la Bibbia e mi stupì vivamente il tono con cui lesse ad alta voce un passo dell'Ecclesiaste. "Non v'è nessuno che possa sempre vivere o ne abbia la speranza ed è meglio dunque un cane vivo che un leone morto". Lupo Larsen richiuse il libra sul dito e posò lo sguado su di me. "Ecco Hump", disse, "questo è per lei. L'oratore, che forse è lo stesso figlio di Davide re di Israele, la pensava esattamente come me. Lei, mi definisce materialista, pessimista, vero? Ma non è questo il più nero dei pessimisti? Non v'e profitto sotto il sole! E l'oratore dice che la morte è la cosa peggiore che avviene sotto il sole perchè probabilmente egli amava la vita e non voleva morire e affermava che la condizione di un cane vivo è preferibile a quella di un leone morto! Io sono di questo parere, strisciare come vermi su questa terra corrotta è da vili, forse, ma è sempre meglio dell'immobilità che ripugna alla vita che ha bisogno di movimento!" ». Poi London continua a racontare continuando a parlare di Lupo Larsen. Ma sono troppo stupito per continuare a seguirlo, e così vado a confrontare la sua interpretazione dell'Ecclesiaste con quella di Ceronetti. E' identica. Cerco invano di scoprire il significato recondito in Ceronetti che temevo mi fosse sfuggito. Non c'e. Con meno parole e senza riferimenti, senza chiamare in causa San Gerolamo e Spinoza, in modo comunque più piacevole e meno intimidatorio, settantatre anni fa (Il lupo è del '900) London già affermava che forse Qohèlet era lo stesso Re di Israele e che il suo poema era una disperata esortazione alla vita. Poi London passava a parlare di cose per lui più importanti. La sola conclusione possibile è che se Ceronetli, oltre a leggere San Gerolamo e Spinoza, si fosse ricordato del vecchio, snobbatissimo Jack London della sua infanzia, si sarebbe risparmiato, sulle soglie della vecchiaia, un sacco di fatica. A questo punto il racconto esigerebbe una morale. Ma come si fa a infierire?

     Deve essere terribile, per uno specialista, lavorare quindici anni per aprire una cassaforte e trovarla già scassinata da un marinaio.

 

LA STAMPA, 6 agosto 1973

CHI ERA QOHE'LET?
La maschera di Salomone

di Guido Ceronetti

    

     Sul Mondo n: 30 una pagina è dedicata a Qohèlet (parola ebraica che si legge com'e scritta), dalle versioni bibliche classiche denominato Ecclesiaste. L'autore dell'articolo, Gianfranco Calligarich, riferendosi alla versione che ne ho fatto per Einaudi (Qohèlet o l'Ecclesiaste, 1970), infuria allegramente contro le mie paginette di commento, accusandomi di oscurità e di carte truccate, di omissioni e di grinta, spedalistica. L'articolo, nonostante una certa ostentazione di sguaiataggine, non è spiacevole, e non è il primo accidente curioso che capita a questo libretto. Il testo di Qohèlet è di quelli che non cessano mai di sedurre e di attirare. Dove trovi parole più autentiche, più liberatrici dal falso e dall'inutile, di questo pugno di antiche sentenze ebraiche? Lo so: oscurità, nelle presentazioni dei testi che curo, ce ne sono, ma il pensiero diluito, obbligato e previsto, che non si brucia subito nello scontro col testo, mi nausea. Non faccio storia delle religioni, e la vita è corta. Messa la versione sotto luce cruda, mi piace riservare per il commento l'ombra. Specialista però lo giurerei anche su una Bibbia mal tradotta, in più di un tribunale - non sono. Mi manca tutto per esserlo. Sono piuttosto un  filologo di quartiere malfamato che lavora con pericolo e tenta un colpo ogni tanto, con risultati strani. Allo specialista vero penso con candido rispetto, con invidia venerabonda, come una peccatrice di provincia poteva pensare, in epoche di separazione delle virtù dai vizi, a una reputata matrona, circondata di legittima prole, col posto fisso in chiesa e al cimitero.

     Accingendomi all'effrazione del libro di Qohèlet ho avuto cura di mostrare prima, a tutti, i miei strumenti, ottenendo la neutralità benevola della Questura, e di predisporre addiriltura un ottimo sistema di allarme, che però squilla solo dove ci siano orecchie esercitate. Il mio sistema di avvertimento, sl chiama Ironia, e tutti i miei scrupoli sono attaccati alle sue sirene; al suo riparo, lavoro tranquillo. Qohèlet non è un nome, indica piuttosto una funzione. Lutero e la Versione Autorizzata traducono Predicatore, Martin Buber, letteralmente, Raccoglilore. L'Ecclesiaste dei greci sembra indicare un oratore di assemblea. Ma Qohèlet, nelle assemblee, è uno che sogghigna in silenzio. II senso di Vecchio, proposto dall'Artom e suffragato da una radice, araba, lo preferisco agli altri. Prima finzione di Qohèlet: farsi credere un predicatore. Seconda finzione: spacciarsi per Salomone. Parole di Qohèlet figlio di David re di Gerusalemme. Da questa doppia maschera la verità esce pura. Anche il Cantico e i Proverbi sono messi sotto paternità salomonica: il disprezzo scritturale per il diritto d'autore è scandaloso. Tutto va a Salomone perchè l'oro va sempre al ricco, così diventano salomonici trattati d'ogni genere, librl magici, canzoni d'amore, consiglio per la gioventù, proclami della nullità del mondo, una Sapienza che contraddice, alle massime di Qohèlet e una raccolta di salmi dove si maledicono Pompeo e i romani. Il dubbio è lecito..

* *

     Il mio ritratto del vero Qohèlet varia l'immaginario. Nato nel mese di Elùl... Elùl, agosto-settembre, è il mese della Vergine. Chi non rigetta la psicologia astrologica, può ritrovare un carattere virginiano in Qohèlet, pessimista ma equilibrato, tragico con misura, cauto in ogni cosa, giusto per ferrea vocazione, incapace di chiudersi in una verità sola, quando la verità ci perseguita con più facce, fruttuoso anche nel deserto della negazione. La circostanza che proprio nel mese di Elùl è adoperato, dal rituale ebraico, il libro di Qohèlet, è suggestiva. Una sera, a Valvins, Mallarmè morituro mostrando a Paul Valery la campagna accesa, di piena estate, disse: ecco il primo colpo di cembalo dell'autunno sopra la terra. Un colpo di cembalo autunnale, tra gli ultimi fuochi dell'estate, è il suono, delle parole di Qohèlet. Un Qohèlet vendemmiale, vissuto nell'autunno, del regno ebraico, sotto i principi asmonei; è meno improbabile di un re Qohèlet figlio di Davide e di Betsabèa, nato fra le tinozze da bagno e le terrazze illunate di Gerusalemme, conoscitore del linguaggio degli uccelli, e succubo, fino all'apostasia, delle sue troppe mogli e concubine. Quel che si può fare e dargli una figura conforme al suo stile, un tempo in cui il suo linguaggio non sia anomalo, idee e persone da odiare, un abito, una casa, uno zodiaco. Allora, dietro la finzione sacra di Salomone, ecco il Vecchio, addobbato di scetticismo sadduceo, ebreo fedele con qualche peccato di ellenismo, occupato a dettare sentenze amare in una casa confortevole. In Israele è stato pubblicato un Qohèlet illustrato da Shraga Weil (Ecclesiastes, edito dalla Sifriat Poalim, 1965) dove c'è un ritratto del Vecchio, però piuttosto giovanile. Sembra un beduino che si riposi guardando le sue capre, appoggiato a un grosso ramo fiorito, le palpebre abbassate; per sonno o malinconia. Anche quando ho detto di un possibile urto tra Qohèlet e la setta della Nuova Alleanza che aveva il suo centro a Qumràm sul Mar Morto, è romanzo storico-filologico.

    Tuttavia a un vero specialista, Paolo Sacchi, non è sembrata un'ipotesi campata in aria. I tempi supposti della setta e di Qohèlet, coincidono. I motivi psicologici e spirituali del conflitto ci sono. Qualunque  buco si faccia nel muro, aiuta a guardare dall'altra parte. I tempi di Qumràn comprendono gli ultimi due secoli avantil'era volgare e arrivano fino all'attestarsi, nella zona del Mar Morto, dopo la presa di Gerico, delle armate di Vespasiano ( 68 e.v.). Qumràn, come Massada, che cadrà quattro anni dopo, era un centro di resistenza antiromana: i suoi ultimi abitatori vissero la guerra giudaica come un combattimento escatologico tra la Luce e le Tenebre (e la Luce perse, altrimenti non saremmo qui a parlarne).

     Il tempo di Qohèlet potrebbe corrispondere a quello crucialissimo della predicazione del messia (essenico?) detto negli scritti della setta il Maestro di Giustizia (innominato, come Qohèlet), fatto uccidere da un principe asmoneo poco prima dell'arrivo di Pompeo a Gerusalemme (63 av. e . v.) in quel momento la lotta politica  e dottrinale in Giudea era violenta. Qohèlet parla di re, non astrattamente, da conoscitore. E i pontefici asmonei, i discendenti di Giuda Maccabeo, prendono il titolo di re a partire da Aristobulo I, all'inizio del primo secolo. E se Qohèlet fosse uno di questi principi? Ma è un osservatore di stanza vicina, non l'abitatore di un trono. Con erudizione e pazienza si potrebbe anche, arrivare a provare il contrario, e  a fare di Qohèlet un figlio della Luce e un asceta, illuminato tardi, del Mar Morto. Non è stato sempre, nella rinuncia e nel godere, l'amico dei conventi?  

     Tra i manoscritti nascosti precipitosamente nelle grotte di Qumràn all'arrivo degli odiati kittìm (i romani, sono stati trovati anche frammenti del rotolo di Qohèlet, ma questo non prova che il convento l'avesse accolto tra i suoi testi sacri. Molte scritture, canoniche e apocrife, della setta e del tempio, finirono nelle grotte, portate anche da Gerusalemme, per salvarle dalla profanazione.

     Calligarich mi rimprovera di non aver tradotto l'havèl havalìm del testo col solito vanità delle vanità. Perchè questo attaccamento al luogo comune? Lì va perduta la pregnanza delle pregnanze del testo. Un infinito vuoto stringe di più. E forse la giusta, traduzione latina di hèvel non è vanitas, ma labes, rovina, crollo, distruzione, flusso di cose. Il libro di Qohèlet si apre e si chiude sullo sfacelo infinito della realtà mondana, sul disordine, la sconnessione e l'inutilità assoluta dello sforzo umano, pensiero e opere. Non so perchè Calligarich trovi miseria improprio, nei lamenti di un ricco. Forse che miseria, parola infinita, si applica soltanto alla fame e agli stracci? I Drammi della Miseria, la miseria dei peones, e non la miseria di essere nati? Respingo l'ldea del mio nemico lettore che il poema di Qohèlet sia una disperata esortazione alla vita, perchè è un testo ambiguissimo, che esalta la vita e la sotterra nello stesso  nello stesso tempo, offre vino dolce e nell'offrirlo lo cambia in assenzio. Quel, che resta, e non cambia mai, è la parola di tutta la Scrittura: Dio vive e soltanto Dio vive. II cane vivo, non deve rallegrarsi troppo di essere preferito al leone morto, perchè mangiare e bere tra i crolli e gli sfaceli e un dubbioso piacere.


Siederemo in paradiso - Melville a Hawhtorne

  • ....  Cio che mi sento piu spinto a scrivere, quello viene bandito, non rende. Eppure, nell'insieme, non riesco a scrivere nell'altro modo. Cosi alia fine il risultato è un garbuglio, e tutti i miei libri sono delle rappezzature. Forse si sente un po' di dolore in questa lettera; ma vedi la mia mano!  quattro vesciche su questa palma, fatte da zappe e martelli negli ultimi giorni. E una mattinata piovosa; cosi sono in casa, e tutto il lavoro è stato sospeso. Mi sento predisposto all'allegria, e percio scrivo un po' malinconicamente. Vorrei avere qui del gin! Se mai, mio caro Hawthorne, nei tempi eterni a venire, siederemo in Paradiso, da soli, in qualche angolino ombroso; e se in qualche modo riusciremo ad introdurvi di contrabbando un cesto di champagne (non credo in un Cielo della Temperanza), e se poi incroceremo le nostre gambe celesti sull'erba celeste che è sempre tropicale, e faremo tintinnare insieme i nostri bicchieri e le nostre teste, finche non risuoneranno armoniosamente in accordo, allora, mio caro fratello mortale, come parleremo piacevolmente di tutte le varie cose che ora ci affliggono tanto, quando tutta la terra sarà solo un ricordo, si, la sua dissoluzione finale una cosa di altri tempi. Allora verranno composti dei canti come quando finiscono le guerre; canti comici, divertenti, «Oh, quando vivevo in quello strano, piccolo buco chiamato mondo», oppure, «Oh, quando faticavo e sudavo la sotto», oppure, «Oh, quando colpivo e venivo colpito nella lotta» si, prefiguriamoci cose simili. Giuriamo che, sebbene ora sudiamo, questo avviene a causa dell'arsura secca, indispensabile al nutrimento della vite che farà l'uva che ci darà poi lo champagne.
  • Ma stavo parlando della «Balena». Era «alle ultime com­pulsioni, come dicono i pescatori, quando l'ho lasciata circa tre settimane fa. Fra poco, tuttavia, la prenderò per la mascella, e la finirò in un modo o nell'altro...