Isola lacustre, Ezra Pound

O Dio, o Venere, o Mercurio protettore dei ladri,

datemi prima o poi, vi scongiuro, una piccola tabaccheria. 

Con le lucide scatolette ammucchiate bene sugli scaffali

con dentro il tabacco morbido e dolce, o quello duro e forte.

E il profumato Virginia sciolto nelle scatole di vetro trasparente.

E una bilancia non troppo unta.

E le puttane che fanno un salto dentro

per fare due chiacchiere, passando, e dire una parola maliziosa, 

e mettersi un attimo a posto i capelli.

O Dio, o Venere, o Mercurio protettore dei ladri.

Prestatemi una piccola tabaccheria.

O avviatemi a un mestiere qualsiasi.

Purchè non sia questo maledetto mestiere di scrittore

dove uno deve sempre spremersi il cervello.

Ezra Pound

In memoria dei cavalli, Stefano Di Michele

 

IL FOGLIO 24 1 2012

Ora che gli ippodromi non hanno più soldi, che ne sarà di quei quindicimila esemplari costretti a marcire nelle stalle? S'avanza, ripugnante, l'ombra dello scannatore

di Stefano Di Michele

Zeus vide il pianto, ebbe pietà dei divini corsier. E disse: 'Alle nozze di Peleo avrei dovuto agire con più circospezione. Meglio, o miei cavalli, che non vi avessi mai ceduto! Che cercate laggiù tra i mortali, tra i miseri balocchi della sorte? Ora. Eccovi afflitti da effimeri mali, voi che io ho fatto liberi da vecchiaia e da morte, e già partecipi dei guai degli umani'...” (Constantinos Kavafis, “I cavalli di Achille”)

     Joey attraversò tutte le frontiere – e tutte le crudeltà degli uomini. Vide il sangue di milioni di esseri umani mischiarsi con il sangue di milioni di suoi simili – mortalità di quadrupredi, mortalità dei bipedi, e sempre “la mia mortalità dovrebbe commuoverti”. Rose Line invece doveva correre e correre e correre – ancora non domata, giovane e fiera, e bella tanto da saper persino lasciarsi dietro il vento: e avrebbe sentito il suo sudore sulla pelle e le grida degli umani che scommettevano sulla sua velocità. Come hanno fatto per tutta la vita di Miss the Point, che ora si riposa. Gli uomini a volte fanno cose molto stupide: la guerra, la più stupida e feroce di tutte le cose stupide e feroci che sanno fare: e ancora, forse solo un peccato di vanità e di tiepida stupidità, fanno correre e poi scommettono comodamente – sull'altrui fatica. E così è – nonostante il sogno alcolico e poetico di Charles Bukowski, “accarezzare i cavalli vincenti”, e il perdersi e il ritrovarsi tra il rumore degli zoccoli in pista e zoccole fuori pista., “non vi venga l'idea che io sono un poeta: mi trovate / mezzo sbronzo all'ippodromo ogni giorno / a puntare su quarter, trottatori e purosangue, / ma fatevelo dire, là ci sono delle donne / che seguono i quattrini, e che qualche volta / quando guardi queste puttane queste puttane da cento dollari / qualche volta ti domandi se la natura non ha scherzato / a regalare tanto petto e tanto culo e la maniera / in cui tutto sta insieme...” - così che forse a Roma non è un modo di dire, quando si vuol dire dell'incapacità di qualcuno di poca pratica di tutto, “ma datte all'ippica!” (pure, a volte, “cor cavallo a dondolo”).

     Travolti dalla crisi, gli ippodromi italiani chiudono – perchè soldi ne girano meno, perchè lo stato si fa biscazziere con altri metodi (gratta! vinci! subito! - non c'è nemmeno la voglia e la pazienza di aspettare volare meraviglioso e triste di un cavallo su una pista chiusa), forse perchè certe forme di divertimento (divertimento?) semplicemente passano di moda: come la termocoperta, lo cherry e Giulio Andreotti – di corse di uomini e di cavalli appunto grande esperto. E prendono quota, invece, le miserabili bastardate delle corse clandestine, i cavalli ammazzati per le strade delle città – mascalzoni gli organizzatori, mascalzoni gli scommettitori, criminali gli uni, paracriminali gli altri. Ci sono quindicimila cavalli che chissà che fine faranno. Alcuni sono assistiti, come a Tor di Valle. “Per molti altri cavalli, la chiusura degli ippodromi potrebbe rappresentare l'anticamera del macello”, scrive la Repubblica. “I cavalli da corsa non possono andare al macello, in quanto non sono desinati all'alimentazione umana”, spiegano. “Così capita che le uccisioni degli aminali vengano fatti in scannatoi abusivi” (si tornerà, con Tolstoj, su questa parola – scannatoi, scannatore: parola orrenda, che esiste solo per un mestiere di uomini).

     “In Italia sarebbero quindicimila che rischiano di andare al macello”, dicono alcuni gestori di ippodromi. Ripugna, pensarlo. “Non è che si può continuare a mantenerli tutti senza nessun provento” - ripugna sentirlo. Gli adoratori di bistecche potrebbero essere capaci di tutto (c'è il sospetto che siano capaci di tutto, quelli capaci di mangiare di tutto: come se ogni pezzo della Creazione potesse essere afferrato e comprato e squartato e ingoiato e lietamente defecato): anche di far precipitare nello stomaco una creatura in cui sempre i migliori hanno visto una bellezza che stordisce e un alito divino, dono di Dio persino, come Kavafis con Zeus, e in quel meraviglioso, antico proverbio arabo: “L'aria del Paradiso è quella che soffia tra le orecchie di un cavallo”.

     Quella di Joey è un'altra storia – una favola, atroce e bella, che racconta Steven Spielberg nel suo nuovo film, “War Horse” come il titolo del libro di Michael Morpurgo), Joey è un cavallo che attraversa i territori devastati dalla Prima guerra mondiale – come milioni di suoi simili: e quattro milioni di essi, e milioni di uomini, creparono e furono lacerati e si persero nel fuoco e nel fango in quell'abominio di trincee e di stupidità e di baionette. “Tremavo di paura in attesa della prossima pallottola o bomba e volevo restare solo, lontano da qualunque rumore, che fosse minaccioso o meno”. Alla fine riuscirà a tornare a casa – testimone di cosa sono capaci coloro che un cavallo vorrebbero pure condurre. Ci dev'essere una sorta di percezione tra gli uomini, sulla maggiore grandezza di un cavallo rispetto a molti di essi. E non solo perchè il cavallo c'era già – fermo sulle stupefacenti gambe, veloce e libero – quando i primi umani fecero la loro comparsa sulla terra, e in piedi neanche sapevano stare, e correre neppure, grugnire appena. C'è solo da pensare all'invenzione del mito del centauro – all'uomo che non si basta e che sogna di essere metà cavallo, di rubare per sè metà di quella bellezza, di quel saper correre nel vento: che a un cavallo l'idea di essere metà uomo, chiaramente, non è mai venuta.

     Come sosteneva Milan Kundera (“L'Insostenibile leggerezza dell'essere”), rievocando la faccenda della Genesi, con bestie create e al dominio dell'uomo affidate: “Naturalmente la Genesi è stata redatta da un uomo, non da un cavallo”. Bestia di stupore e di meraviglia – anche meravigliosamente amata e capace di riamare (Bucefalo, che si fa domare solo da Alessandro, e con lui in groppa andrà alla conquista di un intero mondo) – a fini ignobili è stata spesso utilizzata. Nelle guerre, appunto, nelle mille e mille guerre fin dove lo sguardo nel passato può arrivare – e la sua stessa figura, magica e di luce e di una sorta di tenerezza verso il suo cavaliere (persino il più carogna, persino il più sanguinario) è servita per conquistare sterminati imperi: è con pochi cavalli, una ventina, bestie divine agli occhi di chi non li aveva mai visti, che Cortès devasta e afferra quello azteco. E persino oltre le conquiste terrene: quell'imperatore cinese del Secondo secolo a caccia dell'immortalità (sempre qualche esaltato ha avuto di tali paranoie) che spedì i soldati a confini estremi del regno perchè trovassero certi cavalli leggendari capaci di portarlo in cielo. E comunque lassù, a dar retta alla Bibbia, di sicuro qualche cavallo è arrivato: cavalli di fuoco, su un carro di fuoco, fecero salire il profeta Elia “nel turbine verso il cielo”. E sanno compiere magie: quando nasce dal sangue di Medusa, Pegaso fa sgorgare acqua e canzoni e si muta in costellazione: perciò, lì è andato e lì ancora sta.

      E forse non era levato verso il cielo, sollevato da una gru, il corpo di quel cavallo morto nel centro di Roma – una di quelle povere bestie che trovi nella pena insensata di dover trascinare un carretto stracolmo di turisti, gli occhi bassi sul selciato, le macchine che ne sfiorano il corpo? E da sotto, mentre il corpo della bestia veniva sollevato, le sue gambe inerti, come rami secchi – come artigli che un giorno qualcuno alla ragione potranno ricondurre – pendevano da sotto le nuvole. E' nei sogni, infine, esistono l'unicorno, tra i cavalli il più magico – di leggendaria meraviglia e bellezza, così da trovarne traccia nel tesoro dell'infido Bonifacio VIII, “quattro coppe di unicorno, lunghe e contorte”: chissà cos'erano, chissà da dove venivano, chissà con quale avidità si conservarono. C'è qualcosa di sordido, nella crudeltà più sottili, apparentemente quasi un'assenza di crudeltà. Poco prima di morire. Marguerite Yourcenar progettava di scrivere un libro. “Paysage avee des animaux”, dove “l'uomo non sarebbe visto che nel suo rapporto con l'animale: uomini che si sono serviti di animali, a volte persino nei loro crimini contro l'uomo”. E spiegò, la scrittrice. “Penso ad esempio ai cristiani offerti alle bestie feroci, ma anche a quella miniatura, che trovo terrificante, di Fouquet, in cui si vede Filippo Augusto, su un cavallo ingualdrappato di velluto azzurro, che guarda bruciare gli eretici da vicino; il fumo deve aver dato fastidio al cavallo innocente” - come il fumo dei corpi che bruciavano nelle trincee spaventava e infastidiva l'innocente Joey.

     Ci sono orrori a cui gli animali non avrebbero mai assistito (oltre a quelli di cui sono vittime), se gli uomini non fossero capaci di compierli. E incapaci così spesso di ricambiare le loro lacrime – anche se i migliori tra i viventi lo hanno fatto. Come le lacrime che evoca Omero nel XVII libro dell'Iliade”: quelle dei cavalli di Achille di fronte alla morte in battaglia di Patroclo – da Achille amatissimo. Piangono, le bestie, il dolore del loro padrone. E' così Kavafis mise in versi quel canto omerico memorabile, migliaia di anni dopo – celebrando un amore e un inaspettato dolore: “Come lo videro morto / lui così bravo così forte così tenero / i cavalli di Achille si misero a piangere Patroclo - / era lo sdegno del loro immortale / che fremeva a quel tragico guasto. / Piegavano la testa, scuotevano le lunghe criniere / e con l'unghia raspavano la terra lamentando / unitamente il sentirlo lì sotto esanime, distrutto, / con il suo peso ormai inutile di carne, lo spirito / smarrito, indifeso, senza fiato; / dalla vita restituito al Gran Nulla “. Non scompariranno certo i cavalli: c'erano prima di noi, ci saranno anche dopo. Hanno qualcosa di eterno, rispetto alla nostra fragilità. Non si avvererà la cupa profezia di quel cupo (saggio?) profeta che fu Emil Cioran: “ La scomparsa degli animali è un fatto di una gravità senza precedenti. Il loro carnefice ha invaso il paesaggio: non c'è posto che per lui. L'orrore di vedere un uomo la dove si poteva contemplare un cavallo!”.

     Ma questa storia dei quindicimila che non si sa che futuro avranno, e che alcuni rischiano il coltello del macellaio, ecco, dovrebbe inquietare: bestie meravigliose usta eper il nostro divertimento, e a divertimento forzatamente finito bestie da scarto – e quindicimila banalissime Ferrari (una bestia copia di un'altra, come una macchina all'altra simile, non esiste) troverebbero subito sistemazione, c'è da pensare. Noi non li conduciamo più alla guerra (seppure, tra gli insensati del mondo qualcuno di certo lo farà) nè davanti al rogo degli eretici (seppure...), ma ecco che non sappiamo cosa fare di loro – quando di loro non possiamo più fare cià che amavamo fare. Chissà se per la loro sorte ci saranno lacrime – come a loro successe, per l'amore del loro Achille morto. Ben oltre le bolse stupidaggini d'antan, “sorge il sole, canta il gallo / Mussolini monta a cavallo”, e Francesco De Gregori anni dopo, con perfetta similitudine, faceva notare come “i cavalli a Salò sono morti di noia / a giocare col nero perdi sempre”, a qualcosa di più dovremmo prestare attenzione – non lo scuotere indifferente le spalle (“e che andavo all'ippodromo, io?), meno ancora il lento procedere di rivoli di sangue di una bistecca in un piatto (anche perchè, e conviene stare allertati su certe faccende, secondo gli indiani Arikara le anime dei cavalli puniranno chi è crudele con loro).

     Certo avrebbero molto da fare – le bestie, nell'aldilà. Tolstoj ha scritto un incredibile racconto su un cavallo – e la sua uccisione. Si intitola “Passolungo” - è il suo bellissimo nome. E' ferito, trascina una zampa. Ecco la sua morte – per mano dello “scannatore”, che lo porta fuori dalla stalla per ucciderlo, e gli impedisce di avvicinarsi un'ultima volta all'abbeveratoio. “Non ne vale la pena!” - così ragiona sempre uno scannatore: nei romanzi e nella realtà. Poi estrae il coltello e una pietra per arrotolarlo. Passolungo si culla in quel rumore, si fida. Crede che gli uomini abbiano per lui le lacrime che i suoi simili avevano per Achille. “Forse mi vogliono curare – pensò – lasciamoli fare”. “ E difatti sentì che avevano fatto qualcosa alla sua gola. Provò dolore, ebbe un tremito, agitò una zampa; ma si trattenne e cominciò ad attendere ciò che doveva succedere poi... Dopo successe che qualcosa di liquido gli colò giù, come un flotto, sul collo e sul torace. Sospirò con tutte le costole. E si sentì più leggero, molto più leggero. Chiuse gli occhi e cominciò a lasciar cadere la testa – nessuno lo sosteneva. Poi le zampe cominciarono a tremargli, e tutto il suo corpo oscillò. Non era tanto spaventato quanto meravigliato. Tutto era diventato così nuovo. Si meravigliò, volle tirarsi in avanti, in su... Ma invece le zampe, spostandosi, gli si accavallarono, cominciò a cadere sul fianco; voleva fare un passo ma cadde avanti sul fianco destro. Lo scannatore aspettò che finissero le convulsioni...”. Poi lo scuoiano, saccheggiano il suo corpo. Ah, è stato un buon cavallo!” - gli scannatori così pensano. Una cavallina bruna si ferma lì vicino – di qualche strano amore l'amava, Passolungo. Forse piange, “allungà la testa e il collo e fiutò a lungo l'aria. Durarono fatica a mandarla via”.

     Questo però gli scannatori non lo sapranno mai – di lacrime e di certi odori da pelle a pelle non sanno. E c'è un altro bellissimo racconto – su una cavallina e le sue lacrime. Lo ha scritto l'autore di “Vita e destino”. Vasilij Grossman, si intitola “La strada” (è nel volume “Il bene sia con voi!”, Adelphi). C'è un mulo, di nome Giu, che la stupidità italica della guerra fascista ha scaraventato da un fronte all'altro, dall'Africa alla gelida Russia. Lo frustano sempre, a Giu: sul ventre, dove la pelle è più morbida. Lo colpiscono sui denti, sul muso, sul fianco. Gli danno pedate sulle zampe. Sono cattivi gli uomini – la guerra ancor di più li incattivisce. L'altro mulo, che tira con lui il carro, muore di queste spietatezze. Vicino a Giu attaccano una cavalla di Vologda. Giu sente il suo calore, si sposta sulle stanghe in maniera da portare lui il peso più grande – lei poggia la sua testa sul suo collo. “La vita del mulo Giu e il destino della cavalla di Vologda si erano contagiati a vicenda con il tepore del fiato, con la stanchezza degli occhi, e uno strano incanto si era prodotto in quei due esseri fiduciosi e teneri che stavano l'uno accanto all'altra nella pianura spazzata dalla guerra sotto un grigio cielo invernale”. Gli uomini li guardano – e persino degli uomini in guerra si accorgono di una cosa. “Quell'asino di un mulo ci ha messo poco a farsi piacere la Russia!”, rise un mulattiere. 'No, guarda meglio, stanno piangendo tutti e due', disse un altro. E si, stavano proprio piangendo”. Sulla loro poca vita. Sulla cattiveria degli umani. Sulla crudeltà della guerra. Ma ancora – come tremila anni fa sotto le mura di Troia, al centro di una mattanza, la visione delle lacrime di un cavallo: a segnare l'ascesa del dolore che gli uomini non sanno vedere – sono, quelle lacrime, anche lacrime loro, che non sanno di avere. Magari (ma chissà) commuoveranno gli scannatori futuri - così che nessun cavallo venga ucciso.

     E che la favola di Joey aiuti a ritrovare un senso anche a coloro che hanno un coltello in mano. E se non basta la pietà, allora che ben vengano gli indiani Arikara (North e South Dakota): se toccate un cavallo son cazzi dell'anima vostra. Se tra le mani tenete un coltello, tra le mani farete bene, scaramanticamente, a tenere anche le vostre inutili palle.  

Shakespeare & Company - un archivio

 

 

PARIGI D'INVERNO

Quando tornammo a Parigi, il tempo era sereno, freddo e delizioso. La città si era organizzata per l'inverno, c'era della buona legna in vendita nel negozio di legna e carbone dall'altra parte della nostra strada, e c'erano bracieri fuori dai caffè, così che si poteva stare al caldo sulle terrazze. Il nostro appartamento era caldo e allegro.  Bruciavamo boulets ,che erano pezzi di polvere di carbone a forma di uovo, sulla legna da ardere, e per le strade la luce invernale era meravigliosa. Ci si era abituati a guardare gli alberi spogli contro il cielo e si camminava sui sentieri di ghiaia lavata di fresco dei giardini del Lussemburgo nel vento terso e pungente. Gli alberi erano sculture senza le foglie, quando ci si era riconciliati con essi, e i venti invernali soffiavano sulla superficie degli specchi d'acqua e le fontane si increspavano nella luce trasparente. Tutte le distanze erano brevi, perché venivamo dalle montagne.

Ernest Hemingway - FESTA MOBILE

 

 

AL CAFE' DES ALLIES

Dick e la signora Spears, sedevano al Café des Alliés a Cannes. Era ormai agosto e le foglie erano tutte polverose e lo scintillio della mica era appannato e polveroso sul suolo cotto dal sole. Qualche raffica di maestrale proveniente da un punto lontano della costa soffiava attraverso l'Esterel e faceva dondolare le barche da pesca nel porto, puntando gli alberi qua e là contro il cielo uniforme.I camerieri sudavano lavorando all'ombra.

Scott Fitzgerald - TENERA E' LA NOTTE

 

 

LA POLVERE E LE FOGLIE

Alla fine dell'estate di quell'anno abitavamo in una casa di un paese che guardava le montagne al di là del fiume e della pianura. Nel letto del fiume c'erano ciottoli e massi, asciutti e bianchi sotto il sole, e l'acqua scorreva veloce e azzurra nei canali. Le truppe passavano davanti alla casa e proseguivano lungo la strada e la polvere che sollevavano ricopriva le foglie degli alberi. Anche i tronchi erano polverosi e le foglie caddero presto quell'anno, e noi vedevamo le truppe in marcia sulla strada, e la polvere che si alzava e le foglie che, mosse dal vento, cadevano e i soldati in marcia e poi la strada nuda e bianca se non per quelle foglie.

Ernest Hemingway - ADDIO ALLE ARMI

 

 

UN FIAMMIFERO TREMANTE

Nella sala da musica Gatsby accese una lampada solitaria accanto al pianoforte. Avvicinò un fiammifero tremante alla sigaretta di Daisy e sedette con lei su un divano in fondo alla stanza, dove non c'era altra luce se non quella dell'atrio, che batteva sul pavimento scintillante.

Scott Fitzgerald - IL GRANDE GATSBY

 

 

NICK SUL PONTE

Nick guardò il fianco bruciato della collina. Poi si incamminò lungo le rotaie verso il ponte sul fiume. Il fiume c'era. Formava vortici intorno ai piloni di legno del ponte. Nick guardò giù l'acqua limpida e bruna, che i sassi coloravano, e vide le trote mantenersi ferme nella corrente muovendo le pinne. Guardandole vide che mutavano posizione con angoli improvvisi, per mantenersi ferme nella corrente veloce. Nick rimase a guardarle per molto tempo. In fondo al fiume c'erano le trote grosse. Nick non le vide subito. Poi le scorse sul fondo, grosse trote che si tenevano sul fondo di sassi, in un misto di sassi e di terriccio che la corrente sollevava a spruzzi. Nick guardava nell'acqua dal ponte. Era una giornata calda. Un uccello pescatore arrivò in volo sul fiume. Era molto tempo che Nick non vedeva un fiume e delle trote nell'acqua del fiume. Quando l'ombra dell'uccello pescatore passò sul fiume, una grossa trota scattò contro corrente, con un forte angolo.

Ernest Hemingway - IL GRANDE FIUME DAI DUE CUORI

 

 

IN UN POLIGONO SVUOTATO DAL CREPUSCOLO

Il Grande Fiume dai due Cuori è solo la storia di un ragazzo che va a pesca, niente di più. Ma l'ho letto con l'interesse più recalcitrante e trepido che abbia mai provato da quando Conrad abbassò i suoi occhi restii sul mare. Una vota Dorothy Parker ha detto che Ernest poteva risvegliare l'interesse di una madre superiora per una sei giorni ciclistica o qualcosa del genere. Io non pretendo di avere un simile talento. Sto qui come un soldato inetto seduto in un poligono vuotato dal crepuscolo, con un fucile scarico tra le mani, tutti i bersagli intorno colpiti  e reclinati.    

Scott Fitzgerald - LETTERE

 

 

DOVE SONO ORA?

     ...descrivevo la notte e la oscurità in America e i volti dei dormienti in diecimila piccole città e la marea del sonno e i fiumi che scorrono eternamente nell'oscurità. Descrivevo il rombante avanzare delle maree su diecimila miglia di costa e la luna che risplende su paesaggi selvaggi e accende di vivida luce gialla i freddi occhi dei gatti. Descrivevo la morte e il sonno e quella favolosa rocca di vita che noi chiamiamo città. Descrivevo l'ottobre, i lunghi treni che passano con fragore di tuono attraverso la notte, le navi e le stazioni al mattino,gli uomini e il traffico dei porti...

     C'era inoltre una sezione intestata "Dove sono ora?" dove avevo annotato tutte quelle migliaia di cose che tutti noi abbiamo visto solo per un attimo. Momenti di vita fuggevoli come il brillare di un lampo che al momento non sembrano importanti ma che invece vivono per sempre nella nostra coscienza e nel nostro cuore come se in essi si assommasse tutta la gioia e il dolore dell'umano destino, attimi di vita insomma che, lo sentiamo, hanno per noi maggiore importanza di fatti apparentemente ben più gravi."Dove sono ora"? Quieti passi che hai sentito molti anni fa avvicinarsi e svanire nella notte estiva lungo il viale alberato di una cittadina del Sud; una voce di donna, il suo improvviso scoppio di risa con quel suo particolare tono di sommessa tenerezza; poi le voci e i passi che si allontanano, silenzio, lo stormire delle fronde. "Dove sono ora?" Due treni che si fermano, affiancati, in una stazioncina di qualche piccola città in un momento indistinto del tempo sull'immenso continente; una ragazza che ti guardava sorridente dal finestrino dell'altro treno; un'altra che hai visto passare in motocicletta per le strade di Norfolk...descrivevo il tram fermarsi sulla collina sopra la casa a mezzogiorno e Ernest Peagram che tornava a casa per colazione augurando a tutti a alta voce buon appetito...descrivevo il senso di vuoto e di solitudine nella vasta luminosità verde-dorata e un cancello di ferro che sbatteva e infine il lento spegnersi del chiarore di quella perduta giornata..."Dove sono ora?"

Thomas Wolfe - STORIA DI UN ROMANZO

 

 

GLI OCCHI DI PERKINS

 Aveva occhi celesti pieni di una strana luce nebulosa, con dentro una specie di remoto tempo marittimo, occhi di un marinaio del New England in partenza per lunghi mesi alla volta della Cina  su un veliero oceanico, con dentro qualcosa di annegato, di disperso in mare.

Thomas Wolfe  LETTERE

 

 

MORIRE

Qualcosa mi ha parlato nella notte bruciando le candele dell'anno che va scomparendo e mi ha detto che morirò, non so dove. Mi ha detto "Perdere la terra che tu conosci per una conoscenza maggiore, perdere la vita che hai per una vita più vasta, perdere gli amici che amavi per un amore più grande, trovare una terra piu dolce della tua casa, più grande del mondo...Là dove sono piantati i pilastri di questa terra, là dove tende la coscienza del mondo, un vento si leva e straripano i fiumi.

Thomas Wolfe LETTERE

 

 

ANCHE  SENZA FISARMONICA

E' l'autunno del mio secondo anno a Parigi. Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l'uomo più felice del mondo. Tutto quello che era letteratura mi è cascato di dosso. Non ci sono più libri da scrivere grazie a Dio. E questo allora? Questo non è un libro. E' libello, calunnia, diffamazione. Questo è un insulto prolungato, uno scaracchio in faccia all'Arte, un calcio alla Divinità, all'Uomo, al Destino, al Tempo, alla Bellezza, all'Amore... a quel che vi pare. Canterò per voi, forse stonerò un po' ma canterò. Canterò mentre crepate, danzerò sulla vostra sporca carogna...Per cantare bisogna prima aprire la bocca. Ci vogliono un paio di polmoni e qualche nozione di musica. Non occorre avere la fisarmonica. Quel che conta  è voler cantare. E dunque questo è canto. Io canto.

Henry Miller - TROPICO DEL CANCRO

 

 

RICEVIMENTO

Mrs. Henedge abitava in una casetta con una scala che era un vero attentato alla vita.

"Se morrò qui", diceva spesso," non riusciranno mai a portare la bara fuori dalla porta. Dovranno cremarmi nella mia camera". Ma, date le proporzioni del villino, le stanze di soggiorno erano eccezionalmente grandi. Il salotto una vera sorpresa: la tappezzeria di pesante broccato, a cascate di orchidee lilla su uno sfondo giallo, creava l'effetto ottico di un ambiente più raccolto di quanto non fosse in realtà.

"Miss Compostella", annunciò cerimoniosamente la domestica a lei e tutti gli altri ospiti..

Nessuno avrebbe mai sospettato che Miss Compostella fosse un'attrice. Aveva un'aria così schiva...Di un pallore eccessivo, coi lineamenti irregolari, il suo volto riceveva vita soprattutto dalle labbra rosse lunghe e sottili, ma era impossibile non avvertire che tutta l'anima di Miss Compostella era racchiusa nel naso. Era il suo unico elemento delicato, vibratile e fremente.

"Com'ero?" mormorò dopo aver stretto alcune mani," ero così nervosa che le battute non mi uscivano di bocca!"

"Cara, sei morta in modo magnifico!"

"La sua stanca estasi", ammise Mrs. Henedge," è proprio conturbante!"

"Guardatevi da Mr. Calvally!" mormorò Mrs. Asp passando alle loro spalle per prendere una sedia, "ha ridotto la povera Lady Georgia a un levriero e ha trasformato il generale Montgomery in un montone coi capelli così contorti che sembrano corna!"

"Eh si cara," spiegava trionfante Mrs. Thumbler a chiarificazione di un breve ma violento armeggìo avuto con Monsignor Parr," stavo quasi per trovarmelo sulle ginocchia!"

Poi gli ospiti sciamarono verso il tavolo addobbato come un altare. Il momento critico del pranzo era arrivato.

Ronald Firbank - VANAGLORIA                                                                                                                          

                                                                                                                                                 

 

LA PRIMA NAVE

Ma come posai gli occhi sulla mia nave tutti i miei timori svanirono. Se ne andarono veloci come un cattivo sogno. Soltanto che un sogno non lascia vergogna dietro di sé e io ne sentivo in quel momento per tutti i miei indegni sospetti su di lei. Sì, eccola. Il suo scafo, la sua attrezzatura riempivano i miei occhi di gioia. Alla prima occhiata vidi che era una nave di prim'ordine, una creatura armoniosa nelle linee del suo corpo ben fatto, nella altezza proporzionata della sua alberatura. Qualunque fosse la sua età e la sua storia, aveva conservata l'impronta della sua origine. Era una di quelle navi che, grazie alla loro linea e all'accurata rifinitura, non sembreranno mai vecchie. Fra le sue compagne ormeggiate alla riva, e tutte più grandi,sembrava una creatura d'alto lignaggio: un destriero arabo allineato con cavalli da tiro.

Mezz'ora più tardi ponendo piede sul ponte per la prima volta, provai il senso di una profonda soddisfazione fisica. Niente poteva eguagliare la pienezza di quel momento, la compiutezza ideale di quella emozione, che mi toccava senza il tormento e i disinganni di una carriera mediocre. La percorsi e l'avvolsi con una rapida occhiata dando forma concreta all'astratto sentimento del mio comando. Gli infiniti particolari percettibili a un marinaio mi colpirono intensamente l'occhio e la vidi spoglia in quel momento delle condizioni materiali del suo essere. Un sogno. Più di un sogno. Persino la gialla brigata dei coolies  affaccendata intorno al grande boccaporto era meno concreta della materia di cui sono fatti i sogni. Perchè chi, sulla terra, sognerebbe dei cinesi?

Joseph Conrad - LA LINEA D'OMBRA

 

 

                                                work in progress...