Martini Cocktail - una collezione

 

 

 

NOSTALGICO  ( da la Lettura)

Due soli ingredienti, gin e vermouth dry ma infinite varianti nel rapporto tra i due. Più che un drink una leggenda. Durante gli anni del bere è stato un simbolo dell'edonismo, dei festini a tirare l'alba, della fierezza dissoluta delle prime maschiette. I pochi che ancora lo bevono sono dei nostalgici che vivono sapendo di essere nati nell'epoca sbagliata.

 Carolina Cutolo - LA LETTURA

 

 

MASSIMO DUE

Adoro bere un Martini Cocktail, massimo due, con tre sono sotto il tavolo, con quattro sono sotto il mio ospite.

Dorothy Parker

 

 

LITURGICO

Il Martini va bevuto al banco, vicino al sacerdote che te lo ha fatto. Altrimenti è una benedizione ricevuta lontano dall' altare, un sermone sentito fuori dalla chiesa, un messaggio destinato a te come a altri, arrivato solo per sentito dire. 

G.C.

 

 

COME USCENDO DAL BARBIERE

Farsi la barba è una cosa da uomini.

Bere il Martini è una cosa da uomini.

Per questo un vero Martini deve sapere di "barbiere".

Mi spiego, un Martini fatto  regola d'arte ha il profumo e la soddisfazione di un uomo appena uscito dal barbiere. Aspettando che la moglie esca da messa. sbarbato e soddisfatto si dirige al bar. Lasciandosi dietro una scia di acqua di colonia.

E di Martini, naturalmente.

Filippo Bologna

 

 

SECCO  (atto unico)

Cliente (al banco) - Vorrei un Martini secco.

Barman - Bene signore.

Cliente - Molto secco.

Barman - Bene signore.

Cliente - Molto, molto secco.

Barman- Capito signore.

Il barman riempie il bicchiere del mixer col ghiaccio. Poi prende la bottiglia del Martini e, chiuso bene il tappo, dà un piccolo tocco con la bottiglia sull'orlo del mixer. Poi messo il gin nel ghiaccio, lo mescola e versa il gin nel bicchiere. Quando prende la piccola scorza di limone per strizzarla sul gin il cliente lo blocca afferrandogli il polso.

Cliente (con voce dura) Fermo. Che se volevo una limonata te la chiedevo.

Gastone, papà di tutti i barman italiani, al Danieli di Venezia 1980

 

 

ORIGINARIO

Di una cosa sono convinto. Che se nell'Eden Eva invece di offrire a Adamo una mela gli avesse offerto un Martini, le cose tra uomini e donne sarebbero andate molto meglio

Douglas Fairbank

                                                                    

 

L'ULTIMO CICCHETTO

 È vero. Veniva persino da ridere a sentire il frate predicare anche se forse, più che ascoltarlo, lui si guardava attorno incuriosito nel veder tornare da molto lontano molti visi davvero di fantasmi redivivi ma imbolsiti, segnati dal tempo e dalla fatica e crede che l’ultima volta li abbia visti tutti assieme al baretto dell’hotel d’Inghilterra a farsi un Martini di prima mattina, le gote rubizze, gli occhi liquidi, giallastri e l’andatura già incerta e l’equilibrio difficile e il barman che dominava dall’alto della sua giacca crema perché accade spesso che al funerale di un amico che non si vede da tempo si presentino questi spettacoli e che il tempo riprenda il suo dominio e in un solo colpo d’occhio offra allo spettatore l’opera completa del suo fare e disfare perché c’erano per contro diventati già adulti quelli che ricordava bambini e molti di loro, passata l’età in cui si cresce, andavano invecchiando inesorabilmente prossimi alla fine. Dunque la penultima cerimonia s’era svolta davanti al bancone e ricordava in quel momento uno di loro oscillare sullo sgabello alto, davvero già andato di prima mattina e bofonchiare qualcosa sulla musica degli anni Sessanta o su certe amiche comuni e da un lato, silenzioso quello che adesso si celebrava da morto e molti altri smarriti, ma solo uomini, gli veniva da ricordare adesso, come se alle donne fosse stato ne- gato quel suicidio lentissimo e inesorabile dell’alcol elegante, del bicchiere di cristallo intagliato e del baretto alla moda nel centro di Roma. E mentre il frate ancora straparlava si domandava perché avessero deciso quell’uscita di scena così faticosa e lentissima, durata anni, decine d’anni e non piuttosto preferito il colpo di tuono come Ezra pretendeva, sfottendo il Possum. Un botto, non un sospiro! anche se forse era soltanto un desiderio, a considerare come il vecchio poeta se n’era andato davvero silenzioso appena accennando afono al tonfo. Ma in quel mattino l’eleganza dei Tasmanian Suit e delle cravatte ben annodate era suprema, ancorché le indossassero incerti perché al funerale erano arrivati non impreparati, già sostenuti piuttosto da un paio di cicchetti presi al volo, supponeva. E invece anche quel sospiro si andava spegnendo sottovoce.

Filippo Tuena

 

 

MARTINI HEMINGWAY

Il suo corpo non me l’hanno fatto vedere. Sono tornata in fretta e furia dalla gita a Siracusa come se la morte fosse un’urgenza e me l’hanno fatto trovare già sigillato nella cassa. Ero proprio curiosa di vedere la faccia senza vita di mio padre, e invece mi sono ritrovata davanti alla bara chiusa in una camera ardente piena di volti in lacrimoso imbarazzo, mentre io, ancora con l’odore di deflorazione in gita scolastica nelle narici, riuscivo solo a pensare, e pure con una certa irritazione, che non ero riuscita e anzi avevo ancora una gran voglia di fare il bis. Ero decisamente seccata. Ma non ce l’avevo con papà. Non lo amavo ma neanche lo disprezzavo. Era come uno di quei parenti lontani che vedi poco e che per lunghi periodi ti dimentichi persino che esistano. Poi a Natale eccoli spuntare dal nulla con un regalo, magari per puro caso pure azzeccato. Alla fine era l’unico, anche se per motivi del tutto egoistici, a non rompermi mai i coglioni su chi ero e chi non ero. Era solo un po’ prolisso, come se nelle poche ore che riuscivamo a passare insieme dovesse recuperare il tempo perduto, ma non per chiedermi qualcosa di me, figuriamoci: più pertinente approfittarne per autocelebrarsi. Adorava raccontarmi della sua vita rocambolesca e affascinante, e in effetti viaggiava moltissimo, conosceva una marea di posti ed era capace di parlarne per ore, sicuro che non potessi desiderare altro al mondo. Indifferente alla mia indifferenza. Tutto sommato uno strazio tollerabile due o tre volte l’anno.

 

Ma c’era una cosa di lui, un solo aspetto per cui adesso vorrei poterlo consultare non in veste di padre, ma di massimo esperto: era un animale da american bar dei grandi alberghi, un estimatore del cocktail aperitivo prima delle cene di lavoro, un appassionato di Cocktail Martini tanto da conoscere a menadito le varianti di ogni bartender d’albergo dalle quattro stelle in su sul territorio nazionale e anche oltre. La ricetta del Cocktail Martini in verità è molto semplice, otto parti di gin e due di vermouth bianco secco, agitato e non mescolato, come Ian Fleming faceva dire al suo James Bond. Ma a quanto pare in ogni paese, ogni barman lo fa a modo suo, tanto che una delle cose che papà ripeteva più spesso era che solo in Italia si serve un buon Martini, non come in America dove ci lasciano dentro il ghiaccio (orrore e raccapriccio), o come in un hotel di Bucarest dove (vero e proprio abominio) dopo avergli versato il gin, il barman aveva fornito, a mio padre e ai suoi altrettanto allibiti colleghi, un’ampolla di vermouth dry da aggiungere a parte a piacere.

 

Era questo il genere di comunicazione, forse l’unica possibile, seppure univoca, che si creava tra me e mio padre quando mi portava a bere con lui a qualche splendido bancone di qualche splendido bar. Ordinava un’acqua tonica per me e un Cocktail Martini per lui. Poi, dopo un paio di sbrigative domandine da manuale del giovane zio, del tipo: Come va a scuola? Quanti anni compi quest’anno?, di cui a malapena ascoltava la risposta, cominciava il suo monologo sul mondo perduto degli american bar e sulle sfumature di quest’epoca d’oro della cultura del bere. All’epoca, questi suoi recital da fighetti tardoni, mi provocavano una noia letale. Avevo ben altro per la testa. Ma adesso, a ripensarci con distacco e anzi con la curiosità della barman praticante, un po’ li rimpiango i racconti sulla dolce vita nei cocktail bar di via Veneto, e mi rendo conto che forse questo farsi vedere in mia compagnia in posti dove di solito incontrava per rappresentanza chissà quali cruciali personaggi dell’imprenditoria o della finanza, è stata la forma d’amore più diretta che abbia saputo comunicarmi. Non doveva essere facile avvicinarsi al bancone di un bar di lusso dove tutti lo conoscevano e presentare come sua figlia questa ragazzina magra come un chiodo, vestita di nero e già refrattaria ai sorrisi di convenienza. Eppure mi ci portava senza mettere bocca su come mi presentavo, acconsentendo talvolta, come per un nostro piccolo grande segreto, a concedermi la bellezza di un Irish coffee di eccellente qualità, che mi sarei sognata negli anni a venire.

 

E così ce ne stavamo lì seduti: lui a raccontarmi delle sue scorribande nei bar di mezza Europa, io a sperare che il tutto finisse il più presto possibile. Ora ricostruisco a fatica i formidabili aneddoti che mi raccontava, desiderando come non mai che sia ancora qui a raccontarmi di quel tempo in cui i bar dei grandi alberghi erano frequentati da una clientela cosmopolita e istruita al bere raffinato, fatta di artisti, scrittori, grandi personaggi; in cui i barman erano considerati eccellenti artigiani ed esemplari interlocutori di questo linguaggio muto del piacere del sorseggio, non come oggi che si trangugia alcol al solo scopo di sballarsi e fottere senza inibizioni. Non c’è niente di più meschino che bere come alibi per dire e fare cose per cui il coraggio da sobrio è insufficiente. Mio padre questo lo sapeva bene e, se non altro preoccupato almeno del fatto che sua figlia non diventasse un’alcolista ignorante, non si stancava mai di declamare le virtù di questo mondo elegante e misurato, di raccontare leggende memorabili di un tempo perduto che a me interessavano, tuttavia, poco e niente.

 

Uno dei pochi frammenti che mi è rimasto integro o quasi nella memoria, come un reperto archeologico sopravvissuto all’usura del tempo e riportato alla luce quasi intatto, è il racconto di quando il capo dei capi di mio padre, uno dei titolari del marchio di pasta della famiglia che ancora oggi dà il nome a celeberrimi maccheroni e spaghetti, lo portò con sé per un’importante cena di lavoro nientemeno che al ristorante dell’Harry’s bar di Venezia, dove avrebbe dovuto incontrarsi per una trattativa particolarmente delicata con un altro magnate dell’imprenditoria. L’incontro doveva essere privato ma, a quanto raccontava mio padre, il suo boss si presentò al bar dell’Harry’s in sua compagnia per spiazzare l’interlocutore come con una specie di atto di forza, per la serie io porto chi mi pare. Dunque, dopo gli aperitivi mio padre fu allontanato, non senza cortesia, e si sedette a un altro tavolo a mangiare da solo. Ed ecco che entra in gioco il personaggio principale della storia: Arrigo Cipriani, figlio del mitico Giuseppe, proprietario fondatore dell’Harry’s che, dando questo nome a quello che sarebbe diventato uno degli american bar più famosi del mondo, aveva voluto omaggiare l’amico che gli aveva prestato i soldi per aprirlo, il che la dice lunga su che tipo di etica stia alla base della fortuna Cipriani. Chissà, forse ricordo così bene tanti particolari perché questo era uno degli aneddoti preferiti di mio padre, che negli anni me lo ha ripetuto infinite volte e sempre con le stesse immutabili variazioni di enfasi e tono. A questo punto del racconto, infatti, faceva sempre la stessa pausa carica di pathos, mi guardava come se stesse per rivelarmi il senso della vita, e procedeva elogiando l’eleganza esemplare del signor Cipriani Jr. che, dall’alto della sua intelligenza e cortesia, proprio lui che conosceva questo mondo e quell’altro di star internazionali e personaggi di prestigio in tutti i campi, si era seduto a mangiare in compagnia di quel nessuno di mio padre, invitato e poi lasciato solo come una pedina scientemente sacrificata a più alti interessi. Cipriani aveva capito tutto, ripeteva mio padre compiaciuto. E amava soffermarsi su queste pregevoli attenzioni piuttosto che sul fatto che era appena stato usato e gettato dal suo capo come un Fantozzi qualsiasi. Povero papà: era dunque questa sudditanza il prezzo per quella vita fatta di viaggi, di grandi alberghi pagati dall’azienda, di libertà dai lacci della quotidianità domestica con una moglie invadente e una figlia stravagante.

 

Era un uomo che si innamorava dei dettagli a discapito della sostanza. Uno che pagava cene a destra e a manca, comprava camicie di sartoria con le iniziali ricamate e poi sbuffava o cambiava discorso quando la moglie gli ricordava che erano indietro con le rate dell’auto, che l’alimentari all’angolo si rifiutava di concedere altro credito, che l’anno scolastico era cominciato da più di due mesi e Marzia non aveva ancora i libri di testo.

 

Non è un caso che il suo cocktail preferito fosse non un semplice martini, del quale comunque sapeva tutto, ma la ben più raffinata variante Martini Hemingway. Del Cocktail Martini in generale papà diceva (e ripeteva fino all’inverosimile) che un’origine misteriosa è l’ingrediente essenziale per ogni mito. In effetti le leggende sono tante, l’unica certezza pare essere che nonostante il vermouth bianco della mistura, il nome non provenga dalla casa produttrice Martini & Rossi ma, tra le altre ipotesi non accertate, dal nome di un barman italiano che lo avrebbe inventato all’inizio del Novecento in onore di Rockefeller. È stato uno dei cocktail più celebri della storia del bere: si dice che fosse il prediletto oltre che di Hemingway pure di Roosevelt, Churchill, Francis Scott Fitzgerald

e Ian Fleming, che non a caso ne ha fatto il drink di riferimento del suo leggendario 007. Poteva mio padre non comparire tra cotanti nomi di amanti del mitico Cocktail Martini? Anche per lui, pure se in modo diverso dalla mamma, era estremamente importante la cura della forma. Una volta, per esempio, che mi ha portata al bar di un albergo lussuosissimo di cui non ricordo il nome, il barman, che pareva conoscere mio padre come se abitasse lì da anni, mi disse: “Deve sapere, signorina, che ho avuto l’onore di servire il mio Martini Cocktail all’avvocato Agnelli, allo Scià di Persia e a suo padre”. Mi domando se le mance per questa citazione all’attenzione di ogni eventuale ospite che mio padre si portava dietro comparissero tra le spese necessarie da depennare dallo stipendio a ogni inizio del mese.

 

Il Martini Hemingway è il cocktail-personalità di mio padre per ben tre motivi.

 

Il primo è che ordinarlo è un biglietto da visita di gran classe. Domandare infatti a un barman proprio questa variante del Martini, presuppone che tu conosca, anche se non ne hai mai letto una riga, lo scrittore Ernest Hemingway, e che dunque per associazione di idee in qualche modo fai tuo quel mix micidiale e tormentato di coraggio, cinismo e suicidio che ha connotato questo scrittore dalla biografia rocambolesca. Non solo, si presume pure che tu sia un erudito sostenitore del buon bere, altrettanto provvisto dunque, oltre che di vita spericolata, del buon gusto che contraddistingueva questo storico e raffinato avventore di american bar di tutto il mondo.

 

Il secondo motivo riguarda la precisione di quello che non esagererei a definire il rito di realizzazione del cocktail perché, in questa maniacalità di mio padre per la forma, in questa sua instancabile dovizia di esplorazione dei particolari del superfluo, la preparazione dell’Hemingway è in tutto e per tutto la celebrazione del dettaglio. Infatti, invece di rispettare la formula tradizionale che prevede otto parti di gin e due di vermouth dry, il Martini Hemingway si prepara solo sciacquando il ghiaccio col vermouth e poi filtrandolo, conservando il ghiaccio bagnato dal vermouth, e aggiungendo il gin, per poi concludere trattenendo il ghiaccio e versando nella coppa martini solo la delicata mistura, guarnita da un’oliva verde. Di fatto del vermouth dry il Martini Hemingway conserva solo l’odore, tanto che uno dei barman preferiti di mio padre, dedito come i migliori professionisti del mestiere anche all’estetica della preparazione, dopo aver seguito il procedimento di cui sopra, tirava fuori da sotto il bancone una bottiglia di vermouth con vaporizzatore, e lo spruzzava ad aleggiare sulle coppe martini come una leggera brezza.

 

E proprio su questa brezza si fonda il terzo e forse più pregnante motivo per cui questo cocktail è legato alla personalità di mio padre. Riguarda il rapporto tra gli ingredienti che lo compongono e il parallelo che emerge con una certa evidenza nel compararlo al particolare equilibrio su cui si fondava la sua vita coniugale. Nonostante i contrasti, sepolti in fretta da mia madre assieme al feretro, mio padre ha trovato in lei la sua più sincera ammiratrice proprio perché, pur criticandolo aspramente, lo amava e lo ammirava come nessuno al mondo. In fin dei conti lui era riuscito nella sua vita a ritagliarsi quello spazio di libertà che mia madre non ha mai saputo rivendicare per se stessa. E quando tornava da qualche viaggio e si raccontava con la solita boria autocelebrativa da uomo di mondo, la mamma, ingorda di tutto quello che da brava casalinga ignorava delle meraviglie e dei fasti della vita mondana, se la beveva a grandi sorsi, e lo idealizzava a tal punto che, piuttosto che considerare il suo ruolo di lacchè del proprio capo (che peraltro papà si guardava bene dal rivelare persino a se stesso), preferiva immaginarselo immerso nel lusso e tra gli agi dei grandi alberghi, circondato da donne e da tirapiedi che pendevano dalle sue labbra. E così, al di là di qualsiasi tipo di valore oggettivo possa aver avuto quest’uomo nella sua breve vita, mia madre lo odiava perché la trascurava e la tradiva, ma lo adorava, perché ai suoi occhi era l’uomo perfetto, l’uomo libero. Mio padre stava a mia madre come la brezza di vermouth nel Martini Hemingway sta al gin: non contava quasi un cazzo, ma se non ci fosse stato, la vita di mia madre avrebbe significato poco più di una bottiglia di distillato facilmente reperibile a poco prezzo in qualsiasi supermercato.

Carolina Cutolo, dal romanzo ROMANTICIDIO, cap. IX,  Fandango Libri                                                              

 

 

SCELTE

"Non sono mai riuscito a scegliere tra lo scotch e i Martini".

Ultime parole di Humphrey Bogart .(Leggenda non accreditata)

 

 

FELICITA'

"La felicità è trovre due olive nel tuo Martini quando sei affamato".

Johnny Carson

 

                                                                                                                            work in progress...

La mia ragazza, E.E.Cummings

 

La mia ragazza è alta, ha lunghi duri sguardi

quando è in piedi le sue lunghe dure mani tengono

il silenzio sul suo vestito. Buono per il letto

è il suo lungo duro corpo pieno di sorprese

che come bianco filo elettrico dà scosse.

Se sorride talvolta al duro lungo sorriso

gaiamente mi trafiggono eccitanti dolori

e il lieve rumore dei suoi occhi affila

subito il taglio alla mia smania. La mia ragazza

è alta e soda, ha le gambe sottili di una vite

che ha consumato la sua vita sul muro di un giardino

e sta per morire. Quando andiamo a letto irritati

comicia a ondeggiare le gambe, e si avvinghia

a me e mi bacia il viso e la testa.

E.E.cummings 

 

 

Sonetto 55, William Shakespeare

Nè il marmo, né i dorarti monumenti dei Principi,

dureranno quanto la mia potente poesia.

E tu nei miei versi splenderai, più che sotto qualsiasi pietra

devastata dalla ferocia dal tempo.

Quando le guerre devastatrici rovesceranno le statue

e i tumulti sradicheranno le muraglie,

né la spada di Marte, né i veloci fuochi della guerra

intaccheranno il perenne ricordo della tua fama.

Contro la morte e l'infuriare dell'oblio,

tu continuerai a avanzare verso il futuro.

E la tua fama sosterrà lo sguardo di quei posteri estremi

che avranno portato il mondo allo sfacelo finale.

Così, fino al giorno del supremo appello,

quando anche tu, risorgerai, qui tu vivrai.

E negli occhi degli amanti.

William Shakespeare