Contro l'aperitivo, Filippo Bologna

 "IL",  Il Sole 24 Ore, 17 10 2012

     Un tempo appannaggio di aristocratici signori che giocavano a bridge e fumavano col bocchino, eccentrici viaggiatori stranieri che trascorrevano oziose vite nei migliori alberghi del mondo e alcolizzati professionisti che ammazzavano il tempo (e il fegato) ai tavoli dei bar, oggi l’aperitivo è diventato un obbligo sociale, una moda e un’ossessione. L’Italia è ormai di fatto una Repubblica fondata sull’aperitivo. Liceali che si mettono insieme o si lasciano per uno Spritz di troppo, manager molto – forse troppo – sicuri di sé che concludono fusioni societarie sorseggiando un Long Island, casalinghe che si scambiano imbarazzanti confidenze raschiando con la cannuccia il fondo zuccheroso di un Mojito, teppisti che si ritrovano col calicino di prosecco in mano prima di posarlo per picchiare un pensionato che chiede gentilmente di spostare la macchina in doppia fila. Tutto ormai avviene prima, durante o dopo l’aperitivo. Possibile che i sacerdoti dell’aperitivo, i protagonisti dell’happy hour - che ci sarà poi da stare tanto allegri? - non si accorgano che il rito serale cui partecipano, più o meno consapevolmente, non ha nulla a che spartire con l’aperitivo? Una persona che ama bere non può amare l’aperitivo così come si è codificato negli ultimi anni.

 

      L’aperitivo dovrebbe “aperire”, ossia aprire, preparare lo stomaco alla cena stimolando i succhi gastrici, e non chiuderlo inzeppandolo di cibo fino a rendere la cena uno stucchevole pleonasmo. Chi s’intende un minimo di alcolici, sa benissimo che i maggiori effetti di quella droga legalizzata che per convenzione chiamiamo alcol si ottengono a stomaco vuoto. E’ risaputo che bere a digiuno, soprattutto i primi sorsi, provoca sensazioni prodigiose quali immotivata fiducia nel futuro, smodata indulgenza verso i propri difetti e irragionevole stima di se stessi. Ora però, chi sa queste cose sa anche che bere a digiuno ubriaca, e rotolare sotto il tavolo non è il modo migliore per godersi un aperitivo. Il segreto sta nel mantenersi in un limbo di sconsiderata ebbrezza, un vago ma diffuso benessere che dev’essere mantenuto costante, come la temperatura nella sauna versando la giusta quantità d’acqua sulle pietre bollenti. E per non ubriacarsi bisogna mangiare. “Cosa mangiare” è altra questione, ma non meno importante. Poco, decisamente poco. Intanto lasciate perdere quei pastoni immondi di farro, quelle insipide paste fredde e panzanelle scondite, quegli essudati tramezzini e quegli esotici spiedini di frutta che accompagnano ogni buffet. Anzi, usate la presenza di questi mangimi come indicatore di degrado e diffidate da quei posti che li ostentano senza vergogna: sotto piatti e piattini si cela quasi sempre l’incapacità di servire al cliente un cocktail fatto a regola d’arte.

 

      L’aperitivo è diventato oggi la caritas dei ricchi, la mensa della classe media, dove tutti credono di poter mangiare con 10 o 15 euro, quando in realtà per quella cifra nel migliore dei casi otterranno due risultati in uno: un aperitivo mediocre e una cena scadente. Provate dunque a osservare la frenesia compulsiva mentre si consuma la tonnara dell’aperitivo, contemplate la desolazione del buffet dopo che si è consumato l’orrido pasto: lo scenario vi si rivelerà in tutta la sua decadente verità, rassomigliando molto più ai resti di un banchetto funebre che agli avanzi di una festa nuziale. I bar in cui di solito si consuma questo delitto hanno una doppia vita. In questi locali di giorno si possono trovare agenti immobiliari in grisaglia e scarpe a punta, impiegati ministeriali dalle cravatte sintetiche e praticanti di studi legali col casco sottobraccio, arrivati a bordo di ruggenti scooter che sembrano scaldabagni su due ruote. Vanno al bar a pranzo e consumano la pausa mangiando panini e insalate. Masticano con lentezza, misurando il loro disgusto prima di tornare in ufficio, nella speranza di strappare un appuntamento a una giovane collega che fa finta di non guardarli bevendo una centrifuga di carota. Di sera quegli stessi posti si trasformano, si rianimano, abbassano, o alzano, le luci, mettono un sottofondo di musica su cui apparecchiano il loro sabba, con spiedini e stuzzichini, candele e vassoi, piatti e forchette di plastica. E nel medesimo bar travestito si danno appuntamento per la cerimonia alcolica gli stessi che vi hanno trascorso la pausa pranzo. Solo che ora indossano altre vesti, adesso hanno un’altra luce negli occhi, sono voraci, volitivi, esuberanti, in altre parole: sono pronti per l’aperitivo.

 

      E io mi sento sempre più solo. Non sono le persone a mancarmi. Ma i posti in cui incontrarle. Sapevo che in quella via c’era un bar, un piccolo bar aperto fino all’alba. Stretto come un budello, squallido e un po’ buio, il bancone di marmo e il pavimento di graniglia, lo specchio dietro alle etichette della sambuca e degli amari. Un posto dove di notte i netturbini con gli occhi gonfi di sonno venivano a girare lentamente il cappuccio e i transessuali col trucco bistrato a divorare tramezzini avanzati, i poliziotti a bersi un caffè e i tossici a chiedere un limone. Tutti assieme, in una reciproca ma civile diffidenza. Torno dalle vacanze. Giro nervosamente per il quartiere, cerco quel bar ma niente. Eppure dev’essere qui, mi dico, anzi, ne sono sicuro. Poi d’un tratto riconosco la piazza, la farmacia all’angolo, il fioraio all’incrocio. E finalmente, tra le rovine dei neon, trovo ciò che resta del mio bar. Al posto di quel misericordioso ristoro notturno c’è una sfarzosa luminaria. E davanti alle vetrine niente netturbini né poliziotti, niente tossici né transessuali. Ma un crocchio di spavaldi studenti con le camicie inamidate e i pantaloni bassi che lasciano sfrontatamente intravedere i boxer cifrati, e studentesse coi capelli biondi e le borse firmate. Sostano sotto grandi ombrelloni col marchio di un rum. Bevono e fumano seduti ai tavoli, o in piedi, poggiando i bicchieri di plastica sulle macchine parcheggiate. Ridono scoprendo denti bianchissimi mentre si mostrano le foto negli schermi dei telefonini. Come un clochard butto l’occhio dentro il locale senza avere il coraggio d’entrare: luci sparate, baionette di prosecco, arsenali di Aperol e Campari, un frigo carico d’instabili sostanze fluorescenti, e un barman imbrillantinato che tradisce il nervosismo di chi è ancora in prova. Il padrone che prima mi offriva un cicchetto di Amaro del Capo – e che rifiutavo con timida determinazione – troneggia in cassa; conta i soldi tra le dita grasse e con la coda dell’occhio segue l’andirivieni ancheggiante di giovani cameriere dalle camicie scollate e dalle unghie ricostruite. Rimonto in moto con l’orgoglio ferito dei vinti, e, mentre mi allontano, piango un compagno caduto. L’ennesimo in questa città, dopo che hanno messo una tavola calda al posto della rivendita di libri usati, dopo che hanno chiuso la sartoria artigianale per insediare un outlet spagnolo. E’ una marea che si ritira, lenta ma inesorabile, si porta via alberi e panchine, pensiline e piazzette, barbieri e artigiani, botteghe e caffè, tutto viene risucchiato. E quando il mare ha finito di ritirarsi, dalla riva in secca contemplo lo sfacelo e faccio una stima dei danni che mai nessuno potrà risarcire: tavoli di alluminio, pavimenti in finto marmo, sedie di plastica, lampade alogene, insegne stroboscopiche, schermi al plasma, murales, acquari e piante tropicali.

 

      Pub, internet e lounge caffè, loro sì che hanno saputo cavalcare l’onda lunga del cambiamento. Chi è rimasto travolto è il bar senza aggettivi. E non sto parlando dei bar di paese, del mitico “bar sport” con biliardo e biliardino, dove si discute di Calcio&Caccia&Ciclismo, tipologia sempre più rara anche nella provincia profonda. No, sto parlando di quei posti intimi e raccolti, con la luce bassa, senza musica, dove bere in solitudine non è ancora sospetto e i baristi non si sforzano di essere simpatici o loquaci, posti che non esistono più. I pochi sopravvissuti ai rifacimenti dei proprietari, ai cambi di gestione, agli architetti di grido e agli arredatori di moda, ai dj e ai barman acrobatici, ai punti luce e ai divanetti color crema, ai dehors e alla musica di sottofondo, sono ormai defilati, quasi imboscati e cercano di non dare troppo nell’occhio. Si nascondono nel ventre di decadenti e blasonati alberghi, prediligono quartieri fuori mano, strade anguste e poco battute. Hanno paura della furia iconoclasta del nostro popolo, che è sempre pronto a lasciare il vecchio per il nuovo, e il bello per il brutto, purché sia nuovo, purché sia brutto. Basta entrare in un pub londinese o in un bistrot parigino, affondare nei divani rugosi, carezzare i legni consunti o ammirare gli ottoni bruniti per capire che altrove non è così, che all’estero non si ha vergogna del passato. Se gli inglesi il passato lo vivono e i francesi lo rimpiangono, gli italiani lo rimuovono. Insomma, le calamità saranno anche inevitabili, ma ad aggravarle c’è sempre la mano dell’uomo. E in questo caso, la mano stringe il bicchiere con l’Aperitivo. Il vero bar si è disciolto nell’aperitivo, una specie di metafora liquida dell’evanescenza e dell’inconcludenza dei nostri tempi.

 

      Per fermare questa eresia l’unica via praticabile è una robusta controriforma. Tanto per cominciare la lista dei beveraggi va severamente ristretta all’olimpo dei cocktail. E l’Olimpo accoglierà solo la santità del Martini Cocktail, la tradizione del Gin Tonic, il carisma del Daiquiri e la robustezza del Margarita, l’aristocrazia del Bloody Mary e, in via del tutto eccezionale, il colonialismo del Pimm’s. La rivoluzione dell’aperitivo imporrà dunque un’involuzione tecnologica e un brusco ritorno al bianco nero. Intanto via l’arancione: non si abbia paura di lasciare lo Spritz ai goliardi studenti universitari nel Nord Est. Via anche il verdastro Mojito che va bene per i turisti in costume e infradito a bordo vasca (un giorno capirete che era solo ghiaccio e zucchero, ghiaccio e zucchero), via persino – e qui so di essere impopolare - le tonalità sanguigne del Negroni e dell’Americano. Se siete troppo sentimentali non disperate: la gloriosa memoria dei bitter sopravviverà in un Milano-Torino con Carpano antica formula. Stop per quanto riguarda il beveraggio. Per quanto concerne le cibarie invece, sono ammesse pochissime varianti al magistero della patatina (sempre croccante), dell’oliva verde (solo col nocciolo), delle arachidi (meglio se grandi e poco salate) e del sottaceto. Al massimo è tollerata la tartina, purché fresca e appena spalmata su pane in cassetta ancora morbido. Bene.

 

     Se arrivati fin qui vi sentite smarriti e non sapete più come dove e quando andare a farvi l’aperitivo, in attesa che vi si chiariscano le idee, ve lo dico io. A casa vostra. E con una spesa ammortizzabile nel breve periodo potrete godere con pienezza di tutta l’inutile voluttà dell’aperitivo. Partirete dal più difficile e più facile, il più semplice e misterioso drink di sempre: il Martini Cocktail, l’equivalente della maionese, che può impazzire o raggiungere la perfezione per una variabile misteriosa e infinitesimale.

 

    Se non avete raffinate rivendite di liquori vicino casa, basta un volgare supermercato dove acquistare il necessario per convertirvi al bricolage dell’aperitivo.

 

      Le righe che seguiranno sono inutili per gli astemi, pleonastiche per i professionisti, didattiche per i neofiti; se fossero un saggetto da vendere allegato a un giornale le intitolerei Il Martini Cocktail spiegato al figlio che non ho (ma che vorrei). Ci si procuri dunque il necessario.

 

    E il necessario consiste in: una bottiglia di gin (un umile Gordon o un Beefeater possono regalarvi soddisfazioni degne di un più ricercato Tanqueray, mai Bombay o gin troppo speziati che caso mai adoprerete per il Gin Tonic), e una di vermouth (il classico Martini Dry per i tipi senza pretese, Noilly Prat per i più esigenti). Poi una a scelta tra queste tre cose: olive verdi, cipolline sottaceto o un limone, a seconda delle preferenze. Dopo le materie prime passiamo ai ferri del mestiere. Non servono né mixing glass (un capiente bicchierone di vetro), né stir (un lungo cucchiaio), né passino (un passino).

 

     Basta un bicchiere da Martini e una bottiglia di profumo. Il bicchiere non merita delucidazioni. Per la bottiglia di profumo il massimo sarebbe una di quelle bottiglie agé con lo spruzzatore a peretta, ma va bene anche una semplice bottiglietta di plastica con un nebulizzatore tipo quelle degli intrugli che le donne usano per la pulizia del viso; se avete una moglie o una fidanzata avete capito di cosa sto parlando, se non l’avete ancora fate a tempo a ripensarci. Se oltre alla donna non avete nemmeno una delle cose suddette, siete molto sfortunati, o molto fortunati, dipende dai casi. Trovata la bottiglia lavatela più e più volte, finché non “puzza” più di profumo. Bene, riempitela di Martini Dry o del vostro vermouth preferito. Andiamo avanti. Un barman professionista troverebbe ciò che vi sto per dire eterodosso o quantomeno scorretto: ridetegli in faccia. A casa propria vige l’extraterritorialità e nessuno è soggetto ad altra legge che non sia quella del padrone di casa. Per cui prendete un bicchiere da Martini, sciacquatelo, lasciateci sul fondo mezza unghia d’acqua, che sciogliendosi servirà ad emulsionare la mistura, e mettetelo in freezer. Metteteci anche una bottiglia di gin. L’alcol dovrebbe ghiacciare alla metà della sua gradazione alcolica (se fa 40 gradi alcolici dovrebbe ghiacciare a -20 centigradi), per cui in teoria non dovrebbe ghiacciare. In teoria. Perché a me è una volta è successo nel sottovalutato congelatore di casa. Ad ogni modo, sperando che ciò non accada, quando il bicchiere è ghiacciato e ha assunto un colorito bianco opaco estraetelo dal freezer. Versate rapidamente il gin. Prendete la bottiglia e nebulizzate una due o tre zaffate (a seconda di quanto vi piace secco) di Martini sulla superficie del gin, avendo cura di bagnare anche i bordi del bicchiere. Mescolate con un cucchiaino e aggiungete a piacimento l’oliva, la cipollina (nel qual caso avrete creato un Gibson) o un twist di limone (la buccia andrebbe spremuta con una torsione, affinché gli oli essenziali dell’agrume imperlino di microscopiche chiazze la superficie del cocktail). Accompagnate il tutto con patatine, olive, o noccioline. Dopodiché dimenticate il bar chiassoso in cui andavate prima e la cassiera con il trucco pesante e il vicino che urla al telefonino nel vostro orecchio. Sprofondate nella vostra poltrona, aprite un libro, mettete su un disco, accendetevi un sigaro e godetevi il vostro Martini.

 

      Perché se la speranza di non essere ancora morti è sapere che da qualche parte, là fuori, c’è un bar aperto, quella di essere ancora vivi è sapere che da qualche parte, là dentro, avete del gin, e del vermouth naturalmente.

 

Filippo Bologna

 

Olmo, Sylvia Plath

Conosco il fondo, dice. Lo conosco con la mia grossa
radice:
è quello di cui tu hai paura.
Io non ne ho paura: ci sono stata.

E' il mare che senti in me,
le sue insoddisfazioni?
O la voce del nulla, che era la tua pazzia?

L'amore è un'ombra.
Come lo insegui con menzogne e pianti.
Ascolta: ecco i suoi zoccoli: è corso via, come un cavallo.

Per tutta la notte galopperò così, impetuosamente,
finchè la tua testa non sarà una pietra, il tuo cuscino
una zolla,
rimandando echi ed echi.

O vuoi che ti porti il suono dei veleni?
Ecco, questa è la pioggia ora, questo grande azzittirsi.
E questo è il suo frutto: bianco-stagno, come arsenico.

Ho patito l'atrocità dei tramonti.
Bruciati fino alla radice
i miei filamenti rossi ardono ritti, una mano di fili di
ferro.

Ora mi rompo in pezzi che volano intorno come clave.
Un vento di tale violenza
non tollerà neutralità: devo urlare.

Anche la luna è spietata: vuole trascinarmi
crudelmemte, lei che è sterile
Il suo splendore mi folgora. O forse l'ho catturata.

La lascio andare. La lascio andare
diminuita e piatta, come dopo un intervento radicale.
Come mi possiedono e mi colmano i tuoi brutti sogni.

Sono abitata da un grido.
Di notte esce svolazzando
in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.

Mi terrorizza questa cosa scura
che dorme in me;
tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato,
la malignità.

Le nuvole passano e si disperdono
Sono quelli i volti dell'amore, quelle pallide
irrecuperabilità?
E' per questo che agito il mio cuore?

Sono incapace di maggiore conoscenza.
Che cos'è questo, questa faccia
così assassina nel suo strangolio di rami?

Sibilano i suoi acidi serpentini.
Pietrificano la volontà. Queste sono le colpe isolate
e lente
che uccidono e uccidono e uccidono.

 

Sylvia Plath

Le Navi Bianche, G.C.

 

Per il Convegno sulle Navi Bianche del 13 ottobre 2012

 

      E' stato senza saperlo che anch'io ho preso parte a quella che poi qualcuno ha chiamato Epopea delle Navi Bianche. A quattro anni passo ancora troppo vacillante e reso ancora più incerto dai rollii della nave, mondo intorno ancora troppo vasto e misterioso, occhi troppo stupefatti puntati su quella azzurra immensità che quando riuscivo a sfuggire da mia madre andavo a spiare tra la folla ammassata sui ponti - azzurra immensità che avrei saputo chiamarsi mare - insomma tutto ancora troppo, per sapere che stavo addirittura girando intorno a uno dei cinque continenti del pianeta per raggiungere quella cosa che mia madre e sua sorella con gli occhi lucidi e i miei fratelli Paolo e Uberto, con dieci e dodici anni più di me con eccitazione, chiamavano Italia.

      Avevo ben altro di cui preoccuparmi. Prima di tutto quel maledetto cugino Sandro con tre anni più di me che ogni giovedi quando sulla nave distribuivano quella delizia fredda che non conoscevo chiamata gelato lui, finito il suo, cercava di leccare anche il mio. E, soprattutto, cercare di sputare senza essere visto quelle maledette acciughe salate che mia madre pretendeva di infilarmi in bocca contro il mal di mare nonostante io di mal di mare non soffrissi.

   Probabilmente dovevo essere stato immunizzato da ben altri disturbi. Quelli intestinali che mi avevano torturato in certe baracche circondate da filo spinato che i grandi chiamavano campo di concentramento - filo spinato sotto il quale i miei fratelli strisciavano per andare dai pastori abissini che pascolavano le loro bestie intorno al campo a prendere il latte per i miei mal di pancia - e che dopo l'imbarco erano poi scomparsi da soli forse grazie all'aria di mare o forse al buon cibo che si mangiava sulla nave.

      Ero stato notevolmente seccato al punto di piangere a dirotto tra le braccia di mia madre e di sua sorella Giusta, la madre del maledetto Sandro, quando avevamo lasciato il campo di concentramento. Avevo le mie ragioni. Prima di partire per Massaua infatti una ausiliaria inglese mi aveva sequestrato il mio bicchiere di alluminio che era uno di quei bicchieri retrattili che si potevano abbassare fino a farli diventare una scatoletta bassa e tonda e sfido chiunque a non piangere se glielo avessero sequestrato. Beh, comunque eravamo partiti. Di notte. Prima caricandoci su dei camion e poi su un treno che era passato da Asmara dove tutti gli italiani che avevano scelto di non partire avevano acceso tutte le finestre delle loro case e da quelle finestre gridavano nella notte i nostri nomi per salutarci. Era bella quella notte africana piena di luci e di voci che ci chiamavano per nome e mia madre anni dopo aveva detto che era una notte che non avrebbe dimenticato per tutta la vita.

      Poi a Massaua eravamo stati imbarcati su quella grande nave che si chiamava Giulio Cesare per quel viaggio di quasi due mesi intorno all'Africa. Viaggio che, a parte per la presenza di mio cugino, era stato molto felice. Non eravamo soli nella grane vastità del mare. Con noi viaggiava a poca distanza anche un'altra nave carica di altri italiani che si chiamava Duilio. Un nome che era sulla labbra di tutti e che, le volte che si avvicinava abbastanza alla nostra nave da vederla, tutti gridavano dai parapetti salutandola e agitando le braccia. Tre altri nomi che anche quelli erano sulle labbra di tutti erano Capo di Buona Speranza, la punta in fondo all'Africa che avevamo girato in mezzo a una grande tempesta, Las Palmas, che era un'isola dove la nave si sarebbe fermata per fare rifornimento e che voleva dire che il giro dell'Africa era ormai quasi finito e sopratutto Gibilterra che voleva dire che ormai la nave era quasi arrivata in Italia cosa che faceva che quello fosse il nome che tutti dicevano con più eccitazione.

      Io l'avevo vista, Gibilterra. Infilandomi tra la gente che si assiepava ai parapetti gridando, salutando e agitando le braccia anche se quelli che stavano a Gibilterra erano inglesi vale a dire quelli con cui eravamo in guerra. Gibilterra era come una montagna a picco sul mare e forse chi lo sa, la gente salutava contenta perchè era la prima montagna che vedeva dopo aver visto per tanto tempo solo mare oppure perchè ormai l'Italia era vicina e, anche se eravamo in guerra con loro, chi se ne fregava degli inglesi.

    In tutta quella contentezza ero anch'io molto contento anche senza sapere bene perchè. Il fatto è che a quattro anni si può essere molto contenti per un sacco di cose anche senza saperne la ragione. Magari solo per il fatto che il vasto e sconosciuto mondo che hai intorno lo senti istintivamente per quello che è. Un posto pieno di tutte le possibilità e le sorprese che, con un po' fortuna, ti stanno aspettando nella vita e dove potrai spendere il bottino che ti è stato dato venendo al mondo. Bottino che per il momento è ancora intatto nelle tue giovani vene. Insomma a quattro anni si hanno le vene piene di soldi e io, probabilmente, stavo sentendo di avvicinarmi a un primo fantastico acquisto che la vita stava riservandomi.

      Quel primo acquisto che era avvenuto quando la nave era arrivata a Taranto. Pochi giorni prima quell'otto settembre 1943 che aveva fatto sprofondare il paese dove stavamo arrivando in un caos dove nessuno sapeva più contro chi combattere per cui tutti combattevano contro tutti. O fuggivano disperati da un posto all'altro cercando di tornare a casa attraversando il paese e magari rubando nei pollai per non morire di fame. Ma paese dove comunque qualcuno alla fine del viaggio si era preoccupato di venire a accoglierci sul molo del porto mentre noi scendevamo dalle passerelle. Non più felici ma angosciati e spaventati per via delle notizie della guerra che erano arrivate a bordo per via radio e, un'ora prima del nostro arrivo, da un bombardamento avvenuto sul porto. A venirci a accogliere erano state delle donne pallide e con sorrisi stirati che, vestite di bianco e con una croce rossa sul petto, c'erano venute incontro offrendoci come benvenuto, per quello che mi riguardava, la cosa più fantastica che avessi mai messo in bocca. Qualcosa che quelle donne prendevano da delle cassette di legno, qualcosa che tenevano tra le mani e simile a un insieme di tante biglie come quelle con cui giocavo inginocchiato a terra a Asmara e tenute insieme da dei rametti. Ma non rotonde e dure come le biglie di Asmara, quelle tenute insieme dai rametti, ma morbide, ovali, quasi trasparenti e lucenti quando venivano battute dal sole di settembre e che, quando le mettevi in bocca, rilasciavano un succo più dolce dello zucchero e capace di inebriarti al punto di farti dimenticare qualsiasi paura. Qualcosa che tutti, almeno per un momento anche loro liberi dalla paura, chiamavano uva.

      Era stata per me una scoperta così fantastica che avevo strepitato e fatto un iraddiddio per portarne un grappolo, si chiamavano così quegli insieme di biglie dolci, anche sul treno affollatissimo su cui ci avevano caricato per portarci da Taranto su verso il nord. Treno che il giorno dopo era stato anche mitragliato facendoci scendere tutti di corsa dalle panche di legno dove dormivamo per ripararci sotto i vagoni fermi nella campagna. Tra i binari di ferro e sui sassi grossi e duri della massicciata. E dove, tra le braccia di mia madre, i miei due fratelli ridendo, perchè loro erano grandi e non si spaventavano mai, mi avevano raggiunto per portarmi il mio grappolo e poi mangiando l'uva insieme a me in una comunione che sarebbe durata tutta la nostra vita.

      Beh, questa è la mia storia riguardo la faccenda delle Navi Bianche. E se non è un'epopea questa non so cosa possa esserlo. Sarebbe stato solo molti anni dopo, leggendo un libro intitolato appunto le Navi Bianche scritto da un signore di nome Bernardo Valentini Vecchi che era stato uno degli organizzatori di quei viaggi, che avevo potuto venire a sapere cosa c'era stato dietro tutta quella epopea. Un gran lavoro anche diplomatico tra le nazioni in guerra per risolvere un sacco di problemi. Infatti si trattava di andare con quelle navi avanti e indietro con l'Africa senza poter passare dal canale di Suez, proibito per ragioni strategiche dovute alla guerra, per riportare a casa in Italia, facendo tutto il giro dell'Africa, le famiglie dei soldati italiani fatti prigionieri o uccisi nella guerra e le cui famiglie rischiavano di essere deportate dagli inglesi in Sud Africa e in India.

      Non era stato facile mettersi d'accordo con gli inglesi, per fare quei viaggi, e erano dovuti intervenire prima gli Stati uniti e poi la Svizzera dove erano stati versati i soldi del riscatto chiesto dagli inglesi prima di poterle fare partire. Poi le navi avevano cominciato i loro viaggi, più di un mese e mezzo per andare e altrettanto per tornare e rifornite di carburante da navi che, sempre per ragioni belliche, le rifornivano in mare arrivando da posti lontani come il Messico.

      Il governo italiano, nonostante fosse in corso la guerra e anche per fare credere al nemico una potenza che l'Italia non aveva, aveva fatto le cose in grande. Per quei viaggi erano state prese quattro grandi navi passeggeri. Il Vulcania, il Saturnia, il Giulio Cesare e il Duilio che, siccome si sarebbe trattato di trasportare donne, vecchi, bambini, e molta altra gente denutrita o malata o disperata attraverso sia i torridi climi equatoriali che quelli rigidamente invernali del sud dell'Africa, erano state trasformate in modo da rendere i viaggi il più sicuri e confortevoli possibile.

    Ogni nave disponeva perfino di sale cinematografiche, biblioteche con oltre seicento libri e perfino discoteche dove poter anche ballare. A bordo c'era anche una tipografia che, grazie alla radio, ogni giorno riusciva a stampare edizioni ridotte di quotidiani italiani come il Corriere della Sera e altri. Ma il massimo era stato fatto per le cucine, dove schiere di cuochi e camerieri ogni giorno cucinavano una grande quantità di buon cibo, e soprattutto per l'assistenza sanitaria. Su ogni nave infatti c'erano un direttore di Sanità, medici chirurghi, pediatri e farmacisti oltre che schiere di infermieri e infermiere con un ospedale con 150 letti, due sale operatorie, una camera per preparare i malati agli interventi chirurgici, una sala parto, gabinetti batteriologici, radiologici e dentistici, una farmacia con dispensario e due ambulatori. Completamente separati a poppa c'erano anche un ospedale per malattie infettive con trenta letti, una sala per infermi gravissimi, una sala per tubercolotici e celle con le pareti imbottite per malati di mente furiosi.

    Per garantire l'igiene, indispensabile dove più di tremila persone venivano imbarcate su uno spazio previsto per mille, tutti quando salivano sulla nave venivano sottoposti a una disinfezione generale con docce, cambi di vestiti e tagli di capelli e, per i bambini, vaccinazione antidifterica. Ma tutti erano così felici di essere salvati che lo accettavano ben volentieri.

       Quanto ai giovani, quelli fino ai sedici anni perchè quelli più vecchi non erano stati imbarcati ma spediti invece in lontani campi di concentramento di altre nazioni, erano stati organizzati come piccoli militari e aiutavano a garantire l'ordine a bordo.

      I pasti venivano serviti in vari turni. Colazione con caffe, latte e marmellata, pranzo con riso o pasta, contorno, frutta e vino, merenda alle con panini imbottiti o pane e cioccolato, e cena con minestra, carne, contorno e frutta e vino. Giovedì e domenica venivano distribuiti anche gelato o dolce. Sì, il gelato come ho detto solo il giovedì. Se riuscivo a salvarlo da mio cugino, naturalmente. I bambini più piccoli poi avevano cibi diversi come latte, farine lattee e minestrine oltre che giocattoli di ogni tipo come bambole, animali di pezza o fucilini. Mentre i grandi potevano avere caffè, bibite e liquori al bar di bordo con prezzi minimi e sigarette distribuite gratis. Insomma una vera manna per gente che fino a quel momento aveva rischiato di morire di fame e di stenti nei campi di concentramento.

    Per le donne poi era una vera pacchia. E i tre parrucchieri di bordo non ce la facevano a accontentare le loro esigenze dopo mesi e mesi che non ne vedevano uno. E così i due calzolai di bordo subissati da richieste per mettere a posto le loro scarpe finite in pezzi.

      Ma come c'erano arrivate quelle donne, quei bambini e quei vecchi su quelle navi? Mi servirò del libro di Vecchi, per raccontarvelo. Ecco cosa dice dell'imbarco sulla prima nave a Berbera.

     “ Sui moli del porto la folla di quei disperati rivolgeva verso la nave volti sudati e piangenti, gli occhi pieni di incredulità. Bambini facevano ciao agitando la manina in braccio a donne alcune delle quali avevano gonne fatte con stoffe bianche, rosse e verdi come la bandiera italiana. Per diventare loro stesse delle bandiere, insomma. Spingevano i bambini verso di noi gridando “questo è nato qui!”. La prima che era salita era una madre che cercava di salire sulla scaletta con due bambini in braccio mentre un terzo le si aggrappava alla gonna. I marinai si erano precipitati a prenderli tra le braccia tra grida, raccomandazioni, risa e pianti. Molte donne si abbracciavano piangendo come se invece di partire dovessero dirsi addio per sempre. Qualche vecchio era coperto da elmetti di soldato della campagna etiopica. Tutti ci facevamo in quattro per dissetare la gente che saliva ammassandosi a bordo sotto il sole infernale. Le donne vestivano stracci, abiti da sera raffazzonati, persino pellicce. Calzature di ogni genere, tessuti di ogni colore. I bambini più grandi portavano valige e fagotti più grandi di loro. Quelli più piccoli venivano accolti dalle braccia dei marinai piangendo, urlando e chiamando la mamma. E la cosa commuoveva anche i marinai al punto che piangevano anche loro. Una donna spingeva avanti una torma di bambini e uno lo teneva in braccio. Sono tutti vostri? Avevo chiesto. “Tutti, aveva detto con orgoglio, sono arrivata in Africa con cinque e riparto con otto!”

    “Io ne ho sette”, diceva un'altra donna molto calma. “Gli altri stanno arrivando”, aggiungeva poi come se stesse entrando in un cinema con i biglietti anche per gli altri. Ma quasi tutte arrivando a bordo scoppiavano a piangere. “Dio ti ringrazio”, gridavano, “Viva l'Italia”, gridavano altre. Una era svenuta e due marinai e un dottore l'avevano soccorsa. Lei aveva riaperto gli occhi, “sto bene, sto bene, è solo l'emozione”, diceva. Tutti venivano avviati a poppa dove si precipitavano a bere aranciate e limonate ghiacciate che bevevano avidamente per le ore e ore di arsura passate sotto il sole del porto. Distribuivamo anche ceste di panini imbottiti di formaggio, salumi, carne. C'erano anche ceste di mele e aranci. Tutti non mangiavano da almeno due giorni. Una bambina bellissima e con i capelli sudati mi aveva chiesto se poteva cambiare il suo panino col formaggio con uno col prosciutto di cui era golosa e che non mangiava da mesi. Un marinaio si era precipitato in cucina a cercare del prosciutto e poi glielo aveva portato e io, ore e ore dopo, in cabina, mi ero ritrovato col panino col formaggio schiacciato in tasca e lei per tutto il viaggio di ritorno era diventata per me una specie di figlioccia.

     Ma voi quanti figli avete, avevo chiesto a una donna circondata da un mucchio di bambini. “Quattordici”, era stata la risposta e intorno era esploso un applauso. Un padre macilento invece spingeva avanti sei bambini. Vostra moglie è già salita? Avevo chiesto. “E' morta pochi giorni fa”, era stata la risposta. Allora avevo preso in braccio due dei bambini e avevo raccomandato a un marinaio che li alloggiasse il meglio possibile. Poi quando dopo due giorni di quell'imbarco di disperati la nave era partita tutti si erano precipitati ai parapetti. “Vogliamo tornare”! Gridavano e sotto sul molo c'erano indigeni che rispondevano gridando “Tornate presto! Oppure scrivete! Oppure noi vi aspettiamo!”

    Ecco qua, quello era stato il primo imbarco di quelle famiglie che tornavano in Italia. I viaggi erano stati complessivamente tre, e sempre con le navi a navigare a due a due per farsi compagnia e aiutarsi in navigazione e, quel primo viaggio, era stato accolto, al ritorno, da trombe, fanfare, bandiere e uomini importanti tra cui perfino il Re e la Regina. Le cose erano andate diversamente in quelli seguenti. L'Italia stava perdendo la guerra, non era il caso di fare festeggiamenti e le navi tornavano in un silenzio desolato e teso. Tutto stava rotolando verso il disastro e l'ultimo viaggio era stato quello del Giulio Cesare su cui viaggiavo, comunque felice, anch'io. Bambino di quattro anni arrivato a Taranto nel grande caos dell'otto settembre 43. Ci avevo pensato di tanto in tanto, a quel viaggio, durante il resto della mia vita. Finchè non c'è stata l'occasione di questo convegno e mi hanno chiesto di parlarne.

    Tutto lontano come un sogno, in qualche modo. Ma, ripensandoci adesso, senza riuscire a liberarmi da una segreta, ostinata e forse un po' megalomaniaca convinzione. Che tutto, dall'impresa etiopica per fondare un Impero, alla guerra che era sopraggiunta a sconvolgere tutto il mondo, a quei viaggi organizzati con il coinvolgimento degli Stati Uniti e della Svizzera, a quelle grandi navi trasformate in specie di grandi alberghi e ospedali per venire a prenderci e riportarci a casa facendo il giro di tutta l'Africa, avesse avuto un solo e preciso scopo. Dare alle vene piene di soldi di uno spaventato bambino di quattro anni, spinto coi suoi occhi sgranati e il suo passo ancora incerto in mezzo a un mondo feroce e devastato, il dolce e inebriante sapore dell'uva.

 G.C.